Viterbo – Titolari di una concessionaria viterbese a processo per truffa. La coppia, padre e figlio, avrebbero pagato solo la metà di quanto pattuito per la vendita della macchina del padre morto a una vedova e ai due figli. Ma non è finita bene per le vittime.
Il padre muore e i due figli, con la madre vedova, decidono di vendere la macchina ereditata dal genitore, una Bmw, dando la procura a una concessionaria di Viterbo e pattuendo in cambio 15mila euro.
I due fratelli e la madre però, tra assegni scoperti e cambiali non pagate, riescono ad avere, dopo molto penare, soltanto 7500 euro, la metà della somma pattuita.
Oltre al danno, la beffa: ricevono nel frattempo una serie di multe per eccesso di velocità e passaggi dalle Ztl di Roma e di Milano, nonché due solleciti a pagare il bollo auto.
La vicenda inizia nel 2010 e si conclude nel 2013 quando, stanchi di essere presi in giro, i familiari scoprono attraverso il Pra che la Bmw del babbo era stata venduta, a 18.500 euro, a una società di autonoleggio e presentano un esposto, sfociato in un processo per truffa dei titolari della concessionaria.
Sul banco degli imputati, assistiti dagli avvocati Giuseppe Sinatra e Cesare Gai, padre e figlio. “Nella primavera del 2011 ci hanno detto che la vettura era stata venduta e ci hanno fatto tre assegni da 5mila euro l’uno, uno al mese per i tre mesi successivi. Ma solo il primo è andato a buon fine. Il secondo era scoperto, ma ci hanno dato 2500 euro. Il terzo non l’abbiamo neanche bancato. Dopo un anno, nella primavera 2012, ci hanno dato dieci cambiali, a cadenza bimestrale, da 250 euro l’una, per la parte restante del secondo assegno. Ma già la prima è tornata indietro, allora ci hanno fatto un bonifico. Dopo di che abbiamo perso le speranze, abbiamo capito che eravamo stati truffati e abbiamo lasciato perdere”, ha detto al giudice Giacomo Autizi una delle vittime.
“Perché, se lo avete capito nel 2012, avete aspettato il 2013 per sporgere denuncia?”, ha chiesto il giudice al testimone, che ha spiegato come la rabbia sia giunta al culmine solo l’estate successiva, quando si sono visti arrivare il secondo sollecito per il pagamento del bollo.
Troppo tardi per sporgere denuncia, ha sottolineato la pm, chiedendo il non luogo a procedere per gli imputati, entrambi presenti in aula, per la tardività della querela. Non luogo a procedere accordato dal giudice. Le vittime, per sperare di ottenere la condanna, avrebbero dovuto agire prima.
Silvana Cortignani
