Viterbo – Le ultime settimane di vita di Daniele Barchi nel racconto di Vito Ferrante, il presidente dell’Afesopsit, l’associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia. “Daniele era con noi da un paio di mesi, e appena entrato era silenzioso e schivo – dice Ferrante -. Un uomo di poche parole, che non parlava con nessuno. Con me qualche parola la scambiava, ma si allontanava subito. Poi piano, piano ha cominciato ad aprirsi e a raccontarsi. Fino a instaurare un buon rapporto con tutti, ma Daniele era solo e non lavorava. E l’ho convinto ad andare al Centro di salute mentale, dove un mese fa è stato preso in carico dopo un colloquio con un medico”.
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Barchi, 42 anni, viene trovato cadavere martedì sera. Riverso sul pavimento di un garage trasformato in monolocale al civico 16 di via Fontanella del Sufragio, il luogo del delitto. Torturato e massacrato con calci, pugni e schiaffi per quasi due giorni. I poliziotti della questura di Viterbo, che stanno conducendo le indagini, poco dopo l’ora di cena si imbattono in un corpo livido e dal volto tumefatto.
“Già due settimane fa Daniele era venuto in associazione con un occhio rosso – ricorda Vito Ferrante dell’Afesopsit -, e l’ho notato nonostante avesse gli occhiali. Mi ha confidato di aver ricevuto un pugno da un tizio che, uscito dall’Spdc, aveva accolto in casa. ‘L’ho ospitato ma mi tratta malissimo, perché vuole da me delle cose…’. Ma poi si è azzittito e ha smesso di parlare”. Il “tizio” è Stefano Pavani, il sospettato numero uno dell’omicidio. E dal Servizio psichiatrico diagnosi e cura dell’ospedale di Belcolle non era uscito, ma scappato. I poliziotti lo scopriranno martedì sera, quando inserendo il nome del 31enne in banca dati appare la scritta ‘Ricercato’. Da tre giorni è rinchiuso a Mammagialla, dove questa mattina incontrerà il giudice per le indagini preliminari Rita Cialoni. Sarà lei a convalidare il fermo per omicidio volontario e a confermare la custodia in carcere, come chiesto dalla procura, o meno. Mentre Pavani, al cospetto del suo difensore e anche di fronte al pm inquirente Stefano d’Arma, potrebbe raccontare la sua verità o continuare a trincerarsi nel silenzio.
Barchi è stato trovato cadavere poco meno di 48 ore dopo la morte, sopraggiunta al culmine di una mattanza andata avanti per quasi due giorni. Tra sabato 19 e domenica 20 maggio. “Venerdì 18 ho incontrato Daniele intorno alle 11 di sera – dice Vito Ferrante -. Si era appena fatto Viterbo-Bagnaia e Bagnaia-Viterbo a piedi. Aveva messo i vestiti di Pavani in una borsa e glieli aveva riportati a casa, al Serpentone. Lo aveva cacciato perché lo trattava male e lo riempiva di cazzotti. Insieme, quella sera, abbiamo giocato a carte. Daniele si è bevuto un succo di frutta e ha esclamato: ‘Finalmente me ne sono liberato’. Ci siamo visti anche sabato 19, quando gli ho preparato un pacco con pomodori in scatola, tonno, una paio di pacchi di biscotti e la pasta. Economicamente non se la passava bene, anche se aveva appena ottenuto un lavoretto part-time con i computer. Con i computer ci sapeva fare, soprattutto nel creare programmi e progetti. Era in gamba”.
Barchi avrebbe spirato nella notte tra domenica e lunedì. “Domenica, in giornata, mi ha chiamato – prosegue Ferrante -. Voleva 20 euro perché era rimasto al verde e senza tabacco, ma non potevo raggiungerlo. Gli ho detto di arrangiarsi col pacco che gli avevo dato il giorno prima, promettendogli che ci saremmo visti il giorno dopo. Ma non l’ho più sentito, è finta lì”. La furia omicida di Pavani potrebbe essere esplosa dopo che Barchi si sia rifiutato di continuare ad ospitarlo.
“Di Daniele – conclude Ferrante – ricorderò quella frase che mi aveva scritto su Facebook: ‘Grazie ancora di quello che stai facendo per me'”.
Raffaele Strocchia
