Viterbo – (g.f.) – “Serra e Ciambella candidati, uno è di troppo”. Andrea Egidi si è dimesso per evitare di spaccare il Pd dopo le regionali, ma oggi, a un passo da altre elezioni, le comunali, il partito è diviso in due. Con altrettanti possibili candidati. Come prima e peggio di prima. L’ex segretario provinciale guarda al disfacimento della sua forza politica e prova a chiamare tutti al senso di responsabilità, dopo che la scelta di Ciambella ha fatto uscire la minoranza, pronta a presentarsi con una propria lista e un proprio candidato.
Egidi, che sta succedendo nel Partito democratico?
“In quello che sta avvenendo – dice Egidi – ci sono questioni alla luce del sole e altre meno. La cosa chiara è che dopo la batosta, dentro di noi più di qualcuno pensa che tra qualche mese il Pd non ci sarà più. Da una parte e dall’altra c’è la tentazione fortissima di pronunciare il rompete le righe e ognuno per la sua strada. A tutto questo bisogna dire no e salvare il Pd dentro la tempesta che stiamo vivendo, abbandonare la tentazione di tornare alle nostre case di origine, più piccole dal punto di vista politico e sociale, perché fuori dal tempo e prive di futuro. La cosa meno chiara su Viterbo è che a parole tutti approvano questi cinque anni di governo, mentre a me pare che nei corridoi si dice molto altro, ma evidentemente nessuno ha il coraggio di dire ciò che pensa veramente”.
In che senso? Il partito non ha discusso del quinquennio di Michelini a palazzo dei Priori?
“Mi risulta che sia stato approvato all’unanimità un documento dove si dà un giudizio positivo, ma non ho sentito nessun contenuto di merito. È un peccato, perché un grande partito fa del confronto sul merito, la propria bussola. Si dice invece, in modo sbrigativo, che è tutto ok e a conferma di tutto ciò ci starebbe la scelta di Zingaretti di nominare un assessore comunale nella sua squadra. Mi pare un po’ riduttivo”.
Teme davvero una spaccatura senza ritorno?
“I rischi sono evidenti. Forse è il caso di fare uno sforzo tutti in termini di condivisione e unità. La condizione principale per giocare qualsiasi partita, è l’unità del Pd, specie dopo cinque anni travagliati, con una maggioranza indebolita da divisioni e abbandoni e dal fatto che Michelini non si candida a sindaco”.
Ci sarebbe il modello Lazio, inclusivo, utilizzato alle ultime regionali. Non può essere una via d’uscita a Viterbo?
“Io non vedo Macron in salsa viterbese e quanto a modelli Lazio da calare a Viterbo, credo che sia ormai troppo. Di Macron non vedo traccia, basti pensare alle parole di Livio Treta in consiglio comunale, rispetto al rapporto con il Pd. E poi, di quale modello Lazio parliamo se due dei soggetti politici a sostegno di Zingaretti per le regionali, si sono collocati fuori dal rapporto col Pd?”.
A chi si riferisce?
“Leggo di una lista civica sostenuta dal vicepresidente della regione Smeriglio, a sostegno di Filippo Rossi e lo stesso Rossi, prima si candida con la lista Bonino per il presidente, poi va da solo e si candida a sindaco. È questo il modello Lazio?”.
Lei lancia un appello all’unità, ma la minoranza Pd pare pronta a concorrere alle comunali con una propria lista e Francesco Serra candidato sindaco.
“Tutto rientra pensando alla sola cosa importante, l’unità del Pd, salvaguardare la maggioranza che è rimasta al governo in questi mesi, allargare il campo e continuare chiedere a Michelini un impegno in prima persona. Ciò significa che nel Pd devono stare insieme assieme le responsabilità di chi ha la maggioranza nella direzione politica del partito cittadino e chi ci rappresenta nelle istituzioni regionali”.
La direzione sembra un’altra. È stato scelto un candidato sindaco che anziché unire.
“Rischiamo di avere due candidati, evidentemente uno è di troppo. Non possiamo continuare su questa linea, perché si va a sbattere. Credo vada fatto uno sforzo per superare questa situazione immaginando d’aprire una pagina nuova e se serve, superare questa fase innovando anche sulla proposta politica. Il punto vero è che oggi il Pd è terribilmente diviso su candidato sindaco e schema di gioco. Se non si vogliono fare altri danni, bisogna che tutti ci mettano la testa”.
Luisa Ciambella, però, è stata nominata, nonostante la minoranza fosse contraria, come se ne esce?
“La reazione politica a questa scelta, ovviamente legittima e frutto di un percorso interno al Pd, è il ritorno della disponibilità di Serra e quindi il ritorno al rischio della contrapposizione frontale e definitiva. Sembra che questo 4 marzo non lo si voglia chiudere mai. Allora o si chiude unitariamente o si perde. Non vorrei che qualcuno immagini le comunali, con l’ansia di pensare che tra qualche tempo si torna al voto alle politiche e quindi ci si predispone ad avere puntelli istituzionali in consiglio comunale. Peccato che abbiamo governato cinque anni e che dovremmo avere l’ambizione di una proposta di governo, non quella di spartirsi qualche consigliere comunale d’opposizione, aspettando magari il voto anticipato alle politiche o alle regionali”.
Un passo indietro, dopo che non solo il Pd ma una coalizione hanno scelto Ciambella, come si gestisce?
“Noi crederemo davvero che la foto di gruppo dell’altra sera sia il massimo che il centrosinistra possa esprimere? O ancora, a oggi mi domando, chi è che si avvicina al Pd se ci vede divisi? Se la mano destra fa una cosa e la sinistra il contrario? Per questo dico che va utilizzato buon senso”.
Lei non si era dimesso per ricomporre spaccature?
“Lasciando la segreteria provinciale ho pensato di dare un contributo all’unità del Pd dopo mesi di divisioni, invece vedo che l’unità del partito non è più un tema all’ordine del giorno. Forse non interessa più. Fermiamo le bocce e proviamo a rimettere in ordine le priorità. Non possiamo andare alle elezioni con due candidati che vengono dal Pd, il leader di un’area che si è contraddistinta per un giudizio critico su questi cinque anni e il vice sindaco uscente. È una follia che nessuno capirebbe”.

