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“L’Unione deve diventare una cosa viva, non affidata a terzi”

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Alla luce di una sciaguratissima esperienza fatta durante il consiglio comunale straordinario sul teatro Unione (ossia il giorno in cui ho capito che non solo l’amministrazione era tragicamente ignara dell’argomento su cui si discuteva ma anche che non era nemmeno lontanamente disposta ad ascoltare e magari soffermarsi a ragionare sul benché minimo suggerimento gestionale fornito gratuitamente non da uno, ma da tre addetti ai lavori) la lettura della delibera 180 approvata sul filo di lana dalla giunta uscente e riguardante la gestione del teatro non mi ha regalato nemmeno un attimo di stupore.

Alla fine di quel penoso (per me) incontro sia io che Gian Maria Cervo e Paolo Manganiello ci raccomandammo di non continuare a utilizzare il teatro come mero contenitore di spettacoli ospitati, ma di valorizzarlo rendendolo un centro di produzione, il che per inciso significava non solo produrre cultura ma anche creare posti di lavoro. Furono parole al vento: infatti la giunta Michelini si congeda dalla città augurandosi, in una delibera di indirizzo, di continuare di affidare l’organizzazione della stagione teatrale a un soggetto terzo, quindi “ospitando”.

Spiace deludere le aspettative di chi sta facendo i bagagli ma, almeno per quanto mi riguarda, se i viterbesi vorranno concedere fiducia a Viterbo 2020 e dovessi trovarmi sulla sedia dell’assessore alla cultura, le linee di indirizzo della giunta Michelini saranno da me utilizzate come un preciso vademecum di cosa non si deve fare.

La mia idea di gestione del teatro, che prevede la sua trasformazione in fondazione di diritto privato entro la fine del mandato onde garantirgli un solido flusso economico, una libertà di programmazione e una gestione slegata dalla velleità di questo o di quell’assessore o sindaco, è quella di rendere al teatro la sua dignità di teatro, ossia di centro di produzione, abbandonando per sempre la sua ultratrentennale funzione di salotto della nonna, quello che si tiene amorevolmente incellophanato e si apre solo “non sia mai viene qualcuno”.

E nel frattempo? Nel frattempo si creano i presupposti per produrre, così che la Fondazione si trovi ad ereditare un teatro vitale e non le nude mura. A parere mio, la logica destinazione del nostro teatro non può essere la produzione di opere liriche: la lirica è uno spettacolo estremamente costoso, a volerla far bene, e al momento non abbiamo in città un potere finanziario tale da permetterci di allestire (e nemmeno di ospitare) spettacoli lirici che siano al di sopra della soglia minima della dignità.

Dobbiamo pensare alla prosa. Dobbiamo creare una compagnia stabile, e so di non essere il solo a pensarla così, che allestisca e faccia circuitare i suoi spettacoli e che, grazie a un meccanismo di scambi, sia in grado di dialogare con altre compagnie ed allestire una stagione. Una compagnia che, grazie a dei corsi di formazione, recluti e formi attori, macchinisti, illuminotecnici e, nel tempo, tutto il mondo del lavoro che si muove intorno alla creazione di uno spettacolo.

Dobbiamo dotarci di un direttore artistico radicato sul territorio, che lavorando in sinergia con l’assessorato contribuisca a immaginare, creare e diffondere la politica culturale della città, una politica che non può non tener conto delle realtà teatrali presenti in città, investendo non solo su prosa musica e danza ma sul teatro ragazzi e sul teatro integrato, che sono le forme in cui il teatro, oggigiorno, espleta più velocemente la sua funzione sociale.

Dobbiamo slegarci da soggetti terzi e cominciare a produrre, se vogliamo che i fondi ministeriali per lo spettacolo finiscano nelle casse della nostra città e non nelle tasche di impresari terzi.

Insomma dobbiamo fare in modo che il teatro Unione diventi una cosa viva e che grazie alla sua vita la città non solo abbia degli spettacoli, ma sia creatrice di posti di lavoro e quindi di reddito, onde poter dimostrare ai maligni che con la cultura si mangia, eccome.

Non è certo cosa che può accadere in un pomeriggio, ma sicuramente questa è la destinazione d’uso più corretta per l’edificio teatro e vi assicuro che è una soluzione possibile, a dispetto di chi per decenni si è ostinato a ordinare spettacoli altrove come farebbe una massaia pavida e con poca inventiva che ha una cucina perfettamente funzionante ma che ogni sera va a comprare la cena dal rosticcere.

Non ho detto “servizio di catering”: ho detto “rosticcere”. E non a caso.

Alfonso Antoniozzi
Candidato movimento civico Viterbo Venti Venti
per Chiara Frontini Sindaco


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