Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Per Viterbo Lavoro con la L maiuscola.
Secondo il padre della psicoanalisi, il lapsus è un’espressione che rivela i pensieri più profondi di chi parla, senza che questi se ne accorga. Una cosa del genere è capitata nel recente incontro fra due delle tre candidate a sindaco in uno storico bar del centro.
In una delle città col tasso più alto di disoccupazione nel Lazio, a una delle due protagoniste del dibattito è sfuggita una frase inquietante: “Il lavoro lo creano gli imprenditori” e quindi questi sono una risorsa, “Soprattutto quelli che in questo periodo di crisi pagano gli stipendi”.
Quindi l’impresa (privata) sarebbe una manna dal cielo, e quella che addirittura paga i lavoratori sarebbe persino degna di lode? Se questa è la cultura politica di chi si candida ad amministrarci, c’è poco da stare allegri.
Saremo telegrafici, dinanzi a queste farneticazioni: anzitutto il lavoro è un diritto, lo dice la costituzione. Non il profitto di un privato, ma il lavoro, ossia l’attività dei lavoratori che producono quella ricchezza.
Il rischio di impresa non è un diritto, bensì è parte del mestiere dell’imprenditore, e non devono pagarlo i suoi dipendenti. Il lavoro è un bene comune, senza se e senza ma.
Quel lapsus la dice lunga sul modo di pensare delle principali forze in campo. Litigano sui dettagli, ma nella sostanza sono d’accordo. E invece noi nella sostanza dissentiamo.
La nostra lista si propone di portare avanti le istanze del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Non vogliamo un mix di lavoretti part-time, volontariato stagionale e stage formativi nel nome del turismo-fast food o all’insegna di maccheronici festival culturali da due settimane all’anno. Vogliamo politiche di ampio respiro, che puntino su un lavoro duraturo e dignitoso. Vogliamo un turismo termale di lunga permanenza con convenzioni e strutture Inps, che ripristini la portata d’acqua scandalosamente sottratta al pubblico a vantaggio di un privato – e chiediamo che i totali 70 litri d’acqua al minuto vengano ripartiti su più operatori.
La convenzione comunale delle terme non costerebbe nulla. Perché nessuno l’ha mai promossa? Vogliamo una riattivazione degli oltre 100 immobili pubblici non utilizzati, dal palazzo Calabresi a quello di Donna Olimpia, tesori storico-architettonici dal valore inestimabile e su cui puntare sia per il turismo culturale, sia per la collaborazione con l’università (oltre a sfruttarla come erogatore di bassa manovalanza di studenti in cambio di crediti formativi, qualcuno dei candidati si è accorto che Viterbo è un polo universitario di livello?).
Vogliamo dire stop alla cementificazione e puntare a un recupero edilizio del centro storico, stimolando in esso, attraverso incentivi fiscali e agli investimenti, piccola imprenditoria commercio e artigianato, improntati a norme di trasparenza e di valorizzazione delle tradizioni locali.
Si tratta di alcune proposte ragionevoli, semplici ma dirompenti. Che si basano sull’idea per cui Viterbo è un bene comune, e le persone che la abitano e che vi lavorano hanno diritto a viverla bene. Bene nel lavoro, e bene nel tempo libero, senza sottostare al ricatto di chi specula proprio sul lavoro e sul tempo libero.
Fiormichele Benigni
Lista Lavoro e beni comuni
