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La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

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Lubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di Wilcock

Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

Lubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di WilcockLubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di Wilcock

Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

Lubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di Wilcock

Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

Lubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di Wilcock

Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

Lubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di Wilcock

Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

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Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

Lubriano - La banda del racconto maledetta dal "fantasma" di Wilcock

Lubriano – La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock

Lubriano – Antonello Ricci rievoca per i lettori di Tusciaweb il bizzarro esilarante episodio accaduto domenica pomeriggio a Lubriano durante l’ultima tappa della passeggiata/racconto in onore di Juan Rodolfo Wilcock, il grande scrittore italo-argentino che nel borgo della Teverina volle trascorrere i suoi ultimi anni di vita e lavoro culturale.

La banda del racconto maledetta dal “fantasma” di Wilcock.

So bene che cosa dovrei scrivere, oggi, a consuntivo della “Passeggiata Wilcock – Lo scrittore, il paese, i calanchi: sulle tracce di certi luoghi comuni e fatti inquietanti”, iniziativa svoltasi nel pomeriggio di domenica 3 giugno e snodatasi per la via principale di Lubriano fino a giungere, oltrepassato il cimitero, in vista dell’umile casaletto del buen retiro wilcockiano (località Santa Caterina).

Anzitutto dovrei ricordare che la manifestazione era organizzata da Banda del racconto, Teatro Null e Officina culturale della Regione Lazio “i Porti della Teverina” in collaborazione con comune di Lubriano, museo Naturalistico di Lubriano, Civita Writers e Davide Ghaleb Editore: tutti insieme appassionatamente

A Lubriano sulle tracce di Juan Rodolfo Wilcock per una due-giorni dedicata al lungo, appartato e creativo soggiorno dello scrittore italo-argentino nel borgo della Teverina con spettacolare affaccio sulla valle dei calanchi. Inoltre: realizzata con il contributo della Regione Lazio per la cultura, assessorato cultura e politiche giovanili.

Ribadire poi che la manifestazione ha riscosso un successo inaspettato, nonostante la collocazione “appartata” di Lubriano e la peculiarità tematica, pressoché di nicchia. Aggiungere che il pubblico intervenuto è stato numeroso curioso partecipe.

E che la speciale caccia al tesoro ideata per l’occasione da Gianni Abbate (prevedeva il “ritrovamento” lungo l’itinerario di quattro poesie di Wilcock) ha finito per coinvolgere e appassionare anche i bambini presenti, che hanno birbamente scorrazzato e frugato in lungo e in largo, prima fra le case poi su e giù per l’amena strada bianca di campagna.

Infine che, di stazione in stazione, inappuntabili sono stati, alle letture dei brani, Gianni Abbate e Pietro Benedetti: ripetutamente suscitando risate e scrosci di applausi a scena aperta (il che, per uno scrittore così “mentale” così impegnativo come Wilcock rappresenta un successo tutt’altro che scontato).

Queste cose dovrei scrivere. Ma devo esser sincero: a me oggi viene invece di scrivere tutt’altro. Soffermarmi piuttosto a riflettere sul “fatto” bizzarro e “inquietante” (dai risvolti davvero grotteschi e wilcockiani) occorso alla “malcapitata” compagnia itinerante nel corso della quarta e ultima tappa della passeggiata all’imbocco del breve vialetto con pini che mena al minuscolo casale in tufo un tempo residenza di Wilcock.

Ripensare a quella voce “solitaria” e “iconoclasta” che inveiva al nostro indirizzo, maledicendo il “luogo comune” del nostro portare in scena Wilcock. Ho scritto “nostro”: ma quella voce malediceva proprio me (tra poco ci torno su).

Certo non potrò, per l’occasione, far mio il lapalissismo attribuito al leggendario bandito Cicoria, il quale, già col cappio al collo, esclamava all’indirizzo del popolo convenuto per assistere alla sua esecuzione: – A’ regà, a me ‘na fregna del genere non m’era mai capitata! Perché invece a me “una fregna del genere” m’era già capitata, eccome. E più d’una volta. M’era successo anni fa con la figlia di un grande scrittore morto per alcool. Poi con la ex fidanzata di uno scrittor giovane morto per corda. Poi con gli eredi di un oscuro scrittore di provincia morto per vecchiaia. Eccetera

Si tratta di una sindrome ben nota: capita infatti, e non di rado, che certi eredi di artisti possano tendere (esondando ben oltre la sfera che compete il diritto d’autore in senso economico) a proclamarsi vestali di un qualche fuoco sacro, al cui centro puntualmente collocano una qualche icona non “contrattabile” del proprio caro estinto e della sua opera, facendosene quindi custodi del lascito morale, censori inoppugnabili e dunque tendenzialmente feudatari della memoria.

Domenica mi è dunque capitata di nuovo questa “fregna” (diciamo: disavventura). Stavolta con uno scrittore di statura universale morto per cuore.

Con una novità però: mai m’era capitato che una non-vista-voce, dall’interno di una casa, a pochi passi da me, si levasse contro di me, mentre all’interno mani invisibili con plateale disprezzo sprangavano finestre per non udirmi.

E quando dico “contro di me” mi riferisco al fatto che le imprecazioni levate all’indirizzo della sconcertata compagnia itinerante (ma anche divertita, tanto che la concione è stata da tutti udita in religioso silenzio e poi chiosata da scrosciante applauso) maledicevano i brani stessi (la cui lettura i malcapitati Abbate e Benedetti provavano a condurre a termine) e quindi la regia critica stessa della passeggiata. Il suo valore e senso. E quindi l’operato letterario del sottoscritto.

Non m’era mai capitato che – come da lontananze post-mortem, come da un avello – un autore oggetto delle mie attenzioni, per l’interposta persona di un erede (se a vero corrisponde quanto mi è stato in seguito riferito) alzasse la voce per screditarmi: – Andatevene! Io l’ho conosciuto! Leggete le sue poesie! Leggete le sue poesie!

Domenica pomeriggio insomma è come se Juan Rodolfo Wilcock in persona avesse levato la voce per scomunicare il mio lavoro (e che cazzo)! Di fronte a ciò, ineludibile l’interrogativo: meglio ostinarsi a leggere e pubblicamente raccontare (magari anche male, almeno a dar retta alla voce fantasma) o meglio quest’oblio, tutto privatizzato e risentito? Un mio vecchio amico a questo punto chioserebbe senz’altro: – Ai posteriori l’ardua sentenza!

Ora, a parte il fatto che fino a quel momento protagonisti assoluti delle letture itineranti erano stati proprio gli stupefacenti versi d’amore del Wilcock poeta in lingua italiana – ma dite la verità: voi ve la sareste sentita di andare a spiegarglielo alla voce maledicente dall’al-di-là? – il fatto è che lo stralunato sconcertante grottesco episodio ha davvero un sapido retrogusto wilcockiano, vero colpo di bacchetta magica che d’incanto ha trasformato tutti noi (come per certi versi era già capitato al poeta e amico Elio Pecora) in personaggi di un suo racconto.

Chiuso infine l’imbarazzante episodio, gli applausi di rito chiamati e sciolta la passeggiata, ritornando sui nostri passi verso il paese, per la quieta e pittoresca strada di campagna, un altro ricordo m’è tornato in mente. Un ricordo abbinato in me a sensazione d’inconsolabile mestizia: il fotogramma di uno spettacolo estivo in piazza a Farnese, un paio d’anni fa. Regista e interprete protagonista il cinquantenne Andrea Balestri.

Chiunque appartenga alla mia generazione non scorderà mai Balestri: lo straordinario tenerissimo impagabile “impunito” Pinocchio dello sceneggiato di Comencini (proprio a Farnese girato).

Ebbene, su quel palco, mentre rievocava certi aneddoti di gossip da set (per esempio la sua insopprimibile quanto contraccambiata antipatia per la Fatina Azzurra, la Gina nazionale) mosso dal desiderio di innalzarli al rango, per essi incompatibile, di leggenda universale, Balestri mi si rivelava afflitto da mal patetico: quello del prigioniero di un proprio mitico passato-che-non-si-vorrebbe-mai-passato. Per un attimo mi son chiesto: – Antonello, ma questo che c’entra?
C’entra, c’entra… Anche stavolta, fidatevi di me…


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