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Se le persone “sbroccano” è perché hanno problemi sociali

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Mi rimarrà sempre il ricordo di quella strana donna trasandata, di mezza età che, su un bus dell’Atac, a Roma, prendeva a calci delle tranquille ed educate studentesse liceali urlando loro contro “Tanto siete tutte puttane”.

Quella donna era probabilmente psicolabile e sfogava chissà quali repressioni maturate nella sua esistenza.

Ma accanto alla pietà per lei, inevitabile mi saliva l’indignazione per la sorte di quelle povere ragazze – una avrebbe potuto essere mia figlia – e soprattutto la preoccupazione per una società che consentiva tali episodi di aggressività.

Passi per quei calci, al massimo le ragazze avranno lamentato qualche livido. Ma la cronaca nera è infarcita di casi di violenze e di omicidi che hanno come protagonisti soggetti con turbe psichiche più o meno gravi.

Sono cresciuto entusiasmandomi nella lettura di Stigma e Asylums di Erving Goffman, che descrivevano le condizioni inumane nei manicomi americani degli anni ’60; ho studiato allibito le fotografie di Gianni Berengo Gardin che negli stessi anni documentava il degrado umano negli istituti psichiatrici italiani; ho diretto in passato una ricerca sulle sconvolgenti vicende del manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma; ho vissuto da vicino i problemi psichici di persone che conoscevo. E soprattutto, ho difeso in vari incontri scientifici e politico-culturali la Legge 180, la cosiddetta “Legge Basaglia” che portava alla chiusura di quei manicomi.

Eppure sento che c’è qualcosa che non va.

A meno che non si ricorra alle turbe psichiche per giustificare giornalisticamente certi comportamenti apparentemente inspiegabili; a meno che non vi si aggrappino certi avvocati difensori per tentare di minimizzare la responsabilità dei propri patrocinati; a meno che siamo sempre più vittime di una sorta di isteria collettiva…

Viene da chiedersi perché ormai in quasi ogni caso di cronaca nera si agitino i sospetti di una condizione di disagio psichico grave: “l’omicida aveva gravi problemi psichici”; “l’aggressore aveva sofferto in passato di alcuni problemi psichici”.

Tanto è diffuso questo binomio, tra atto omicida e turba psichica, che mezza Italia (inquirenti compresi) si sta ancora rodendo perché non ha ricevuto sufficienti spiegazioni “psichiche” sui motivi che abbiano spinto un uomo apparentemente normale a gettare la moglie dalla finestra e la figlia da un cavalcavia, per poi seguirla nel volo ferale.

Allora mi vengono in mente due possibili ipotesi.

La prima, riguarda l’inefficienza operativa dell’applicazione della Legge 180; non basta un Cim a risolvere il problema, se il soggetto – che lo voglia o no – non è seguito adeguatamente, ponendo in atto tutte le possibili forme di cura, di reinserimento ma anche di prevenzione sociale, affinché egli non nuoccia a sé stesso e agli altri. Su certe inefficienze sono stati scritti fiumi di inchiostro, come si suol dire, sia a livello scientifico, sia a livello sanitario, sia a livello sociale e politico.

Non ingannino i proclami espressi periodicamente da questo o quel rappresentante della Società italiana di psichiatria, che può ritenersi soddisfatto di aver curato in quarant’anni venti milioni di italiani, senza bisogno di ricorrere ai manicomi e assicurando loro la dignità personale e i diritti di cui sono portatori.

Ma accanto a queste virtù si evidenziano le contraddizioni di una Legge ormai vecchia su alcuni aspetti funzionali, anche relativi all’ordine pubblico, e soprattutto una cronica carenza di strutture, di personale, talvolta anche di competenza specifica, di reale professionalità.

La seconda ipotesi è che la nostra sia una società sostanzialmente malata; che ciascuno di noi si agiti in un mondo di competizioni, di aspettative forzate, di lotte, di frustrazioni, di rischi, di reciproche ripicche e cattiverie che rendono ogni individuo psichicamente instabile, almeno in alcuni periodi della propria vita.

Ogni step della nostra vita in effetti esprime un problema, viene vissuto ansiosamente come un problema, (Oddio, che accadrà? Sarò all’altezza? Perché io no? ecc.); oppure si trasforma in una occasione di rivendicazione, di confronto rinforzato e dilatato dal mondo social in cui siamo immersi e che ci spinge a condividere, a farci compatire, a maledire, a diffamare, a rintuzzare in modo standardizzato ogni pericolo di omologazione standardizzata, a compiacerci di essere schizofrenici, bipolari, contraddittori nel nostro continuo e compulsivo stare in allerta, sopraffare, esibire, consumare, fare “resilienza” sempre e comunque, perché l’abbiamo letto su un libro poi il termine è bello, nuovo ed è più ricco di reconditi significati che un banale “resistenza”.

Addio serenità, leggerezza, fiducia, tolleranza: sì certo, queste “virtù” le sottoscriviamo tutte, magari da buoni cristiani, ma così, tanto per dire, e poi di nuovo a roderci sul ring della “vita reale”. E questo accade all’asilo, a scuola, per la strada, in macchina, a cena con gli amici, su facebook, al lavoro (quando c’è), in parrocchia, persino in vacanza, quando uno dovrebbe mollare tutto e invece cambia solo campo di combattimento.

Sfido che poi siamo tutti psichicamente deboli, che sembriamo talvolta vittime di raptus (esiste, esiste: anche se non nasce dal nulla, ma è l’eruzione del vulcano quando la lava alla fine giunge in superficie senza essere mai stata notata prima, nemmeno dal vulcano stesso).

Sfido che, quando qualcuno usa violenza, ammazza, venga fuori quasi sempre che “aveva problemi psichici”. Sai la novità, e chi non ce ne ha.

E allora, se le cose stessero così, dovremmo aspettarci che all’improvviso l’educato vicino, l’anonimo passante o il caro amico ci sparino addosso o ci prendano a martellate, magari per un debito di cinquanta euro, per uno sguardo di troppo, una precedenza mancata, un promessa delusa, uno scatto di nervi, un mero atto di invidia?

Forse non è così frequente che ciò accada: ma la “psichiatrizzazione” della devianza non conviene a nessuno: non alla psichiatria, perché dovrebbe dichiarare fallimento; non alle istituzioni – pubbliche e religiose – perché dovrebbero coprire con la litania che non si può prevedere l’imprevisto le loro pecche in termini di vigilanza, di assistenza, di prevenzione, di sensibilità sociale; non agli studiosi della società odierna, che dovrebbero farsi nichilisti interpreti di una società allo sbando.

Eppure, in realtà la psichiatrizzazione della devianza è il modo più comodo per crearsi un alibi collettivo, per esorcizzare tutti questi rischi: stiamo tranquilli, quello si è comportato così perché è “ diverso”, perché ha gravi problemi psichici (insomma, “ perché è matto”), noi non abbiamo colpe e responsabilità, noi non siamo come lui, stiamo sereni, continuiamo tranquillamente nei nostri inappuntabili comportamenti di gente per bene, a tenere lustra la nostra coscienza, ad arricchire di medaglie la nostra personalità, per farci largo che passiamo noi.

Ma badate, non è così semplice. Ad esempio i milioni di giovani che non trovano lavoro, o che sono sfruttati in impieghi precari e sottopagati; che non possono pensare al futuro perché non sanno come immaginarselo; che sono pericolosamente “normali” perché non appartengono né al club dei geni, né alle categorie protette; e che magari finiscono per godere il qui e ora di un “buco”, di una pasticca, di una sbronza o di una qualsiasi esperienza estrema: ebbene, se tutti costoro sbroccano, non è perché hanno “problemi psichici”.

Semmai hanno problemi sociali, che un mondo adulto impegnato a incensare e a proteggere sé stesso ha apparecchiato loro con tanto egoismo, tanta retorica e con colpevole superficialità.

Francesco Mattioli


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