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Operaio muore nel cantiere, otto mesi a Gianfranco Chiavarino

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Viterbo - Tribunale

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Viterbo – (sil.co.) – Imputato di omicidio colposo per la morte del 58enne Mario Corinti, titolare di una piccola impresa edile che stava lavorando a un cantiere stradale al Salamaro, l’imprenditore Gianfranco Chiavarino è stato condannato a otto mesi dal giudice Silvia Mattei. L’accusa aveva chiesto due anni. 

Era il 14 ottobre del 2010 quando Corinti, sposato e padre di tre figli, due dei quali lavoravano con lui, venne travolto dal braccio della pompa del calcestruzzo che si era improvvisamente staccata da una betoniera di proprietà di Chiavarino.

Colpito alla testa e al torace, il poveretto, che stava eseguendo i lavori preparatori per l’asfaltatura di una strada privata, strada San Nicolao, morì a Belcolle dopo diverse ore di agonia. La procura aprì un’inchiesta e per Chiavarino, assistito dagli avvocati Bruno Mecali e Piergiorgio Manca, iniziarono i guai, culminati col rinvio a giudizio.

Dal giorno della tragedia sono passati otto anni e nel frattempo i familiari, risarciti dall’assicurazione, hanno ritirato la costituzione di parte civile.

A causa dei ritardi, assistiti dall’avvocato Luca Mecarini, avevano ottenuto il sequestro conservativo di tutti i beni immobili dell’azienda con sede a Celleno. Chiavarino, coi suoi legali, si è attivato perché ottenessero nel più breve tempo possibile un conforto economico per la morte del congiunto. “I ritardi nella proposta di risarcimento erano dovuti a cavilli burocratici. Ci siamo attivati con l’assicurazione perché si risolvessero al più presto, a prescindere dall’accertamento di una eventuale responsabilità penale”, ricordano i difensori.

La vittima era titolare di una ditta esterna che lavorava per la società di Chiavarino, specializzata in lavori stradali e movimento terra. Il poveretto venne travolto dal braccio meccanico di una betoniera, affittata proprio dall’imprenditore. Il macchinario cedette all’improvviso investendo in pieno l’operaio.

“L’operaio – ha sottolineato durante la discussione l’avvocato Mecali, depositando una memoria difensiva  – non è morto sul colpo, e durante il processo non è stato dimostrato il nesso con le lesioni riportate dopo il crollo del macchinario. Un crollo imprevedibile, che non può essere addebitato all’imputato. Non solo perché la manutenzione veniva fatta regolarmente, ma perché ne provvedevano altre figure”. 

“La manutenzione veniva fatta ogni sei mesi”. Per l’ingegner Claudio Carnevale, consulente della difesa, la betoniera che ha travolto e ucciso il 58enne veniva controllata due volte l’anno. Per l’ingegner Francesco Paolo Capone, consulente dell’accusa, il macchinario non era stato saldato a regola d’arte per riparare una rottura.

Per il consulente della difesa, il crollo del macchinario era “imprevedibile. La rottura è partita da una microfrattura – ha detto in aula al giudice Silvia Mattei – che la normale manutenzione, fatta ogni sei mesi, non poteva mettere in evidenza. Servivano dei controlli radiografici che Chiavarino non era obbligato a fare”.

 

 


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