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Spazi della follia, online la storia del manicomio di Belcolle

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Spazi della follia - Veduta aerea del manicomio di Belcolle

Spazi della follia – Veduta aerea del manicomio di Belcolle

Viterbo - L'ospedale psichiatrico di Belcolle

Viterbo – L’ospedale psichiatrico di Belcolle

Viterbo - L'ospedale psichiatrico di Belcolle

Viterbo – L’ospedale psichiatrico di Belcolle

Spazi della follia - Il progetto per la costruzione del manicomio di Belcolle

Spazi della follia – Il progetto per la costruzione del manicomio di Belcolle

Spazi della follia - Planimetria del manicomio di Belcolle

Spazi della follia – Planimetria del manicomio di Belcolle

Franco Basaglia

Franco Basaglia

Viterbo – Un manicomio che chiuse prima del tempo. Perché non era più tempo. Neanche e Viterbo. Quello di chiudere uomini e donne in strutture che in quegli anni, i 60 e 70 del secolo scorso, vennero definite, a ragione, “totali”. Gli ospedali psichiatrici.

Multimedia: L’ospedale psichiatrico di BelcolleVideo

Uno di questi doveva venir su anche a Viterbo, sui terreni dell’ospedale grande degli infermi, donato poi alla Provincia. A monte di Belcolle e ai piedi di San Martino, a valle di Palazzo Doria Phampili e dell’abbazia cistercense del trecento.

L’ospedale psichiatrico della città dei Papi. Morto appena nato, nel 1973 quando si avviarono i lavori del primo lotto. Chiusi nel 1978 quando il parlamento approvò la legge 180 che chiuse per sempre i manicomi. Ultimo residuo di un ancien regime che in Italia ancora resisteva. Se non addirittura prosperava. Nonostante ’68 e dintorni. Legge dedicata a Franco Basaglia, psichiatra. 

Per Basaglia il manicomio andava chiuso. Punto. E al suo posto costruita una rete di servizi esterni per assistere le persone affette da disturbi mentali. Mentre la psichiatria, doveva smetterla di giocare un ruolo nel processo di esclusione del “malato mentale”. Esclusione voluta da un sistema sociale convinto di poter negare le proprie contraddizioni. Allontanandole ed emarginandole. Annullando vite e umanità di uomini e donne.

Una rivoluzione, che cambiò per sempre la storia della sanità italiana e quella di migliaia di persone. Ponendo fine a secoli di torture legalizzate. Quarant’anni fa, il 13 maggio del 1978. Entrata in vigore 15 giorni dopo.

Una storia di cui anche a Viterbo si trova traccia. Lungo la sammartinese, dove ancora oggi sono visibili i resti, e la colata di cemento, di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo manicomio cittadino che si decise di fare lo stesso. E nonostante tutto. Nonostante fosse ormai chiaro che quella storia lì sarebbe finita una volta per tutte.

Una storia raccontata nel sito “Spazi della follia“, portale on line nato da “un accordo – spiega lo stesso – tra la Direzione Generale per gli Archivi del MiBAC e una rete nazionale di Atenei allo scopo di divulgare i risultati del progetto di ricerca dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio storico-architettonico degli ex complessi manicomiali”. Con tanto di carte e mappe, disegni e cartografie, fotografie e vedute.  

Tutti i manicomi di una volta, compreso quello viterbese.

“La prima stesura del progetto è del 1968 – racconta il sito internet Spazi della follia – ma solo nel 1971 l’amministrazione provinciale riceve in dono dall’Ospedale grande degli infermi l’area dove costruirlo, sita a pochi chilometri a sud della città, in località Belcolle”.

“Il progetto originario consta di una planimetria d’insieme e di ventuno tavole allegate al contratto d’appalto relative al primo lotto di lavori. La tavola d’insieme mostra la giacitura dell’impianto, adagiato con sviluppo longitudinale secondo l’andamento del terreno. I corpi di fabbrica si presentano in successione: area verde/parcheggio, centro medico e centrale tecnica (I lotto di lavori da eseguire), centro sociale, chiesa e servizi generali, residenze, impianti sportivi (tra cui un campo di calcio e uno da tennis). Il progetto prevede la possibilità di un ulteriore sviluppo delle residenze, costituite da una serie di moduli a forma di L, accorpati secondo differenti modalità e sempre compenetrati da spazi verdi. La conformazione del complesso, di notevole estensione, è articolata in maniera tale che il grado di libertà del malato sia direttamente proporzionale alla distanza dalla strada di accesso”.

L’incarico della progettazione venne affidato agli architetti Rolando Angeletti e Paolo Verde. Il contratto per la realizzazione del primo lotto dei lavori venne invece firmato, dopo gara d’appalto, con l’impresa Cesare Veggi. Comprendeva le sedi del centro medico e dalla centrale tecnica.

“Quest’ultima, poi non realizzata – prosegue Spazi della follia – era costituita da un fabbricato a sé stante situato a poca distanza dal centro medico e prevedeva tre ambienti con accessi separati e non comunicanti. I lavori per la realizzazione dell’ospedale psichiatrico sono interrotti nel 1978, lasciando sul sito i resti del primo fabbricato in costruzione (centro medico), mai completato”.

L’ospedale psichiatrico di Viterbo avrebbe dovuto ospitare 39 pazienti per volta. Sedici per pazienti paganti e 23 per tutti coloro che non se lo potevano permettere.

Non fece in tempo. Fortunatamente. Chiuse ancor prima di iniziare. E chi avrebbe dovuto finirci, venne liberato. Per sempre. E senza che nessuno avesse più il diritto di chiamarlo “pazzo”. 

Daniele Camilli


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