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Anche il tribunale di Roma archivia il caso Manca: “Non fu omicidio di mafia”

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Attilio Manca

Attilio Manca

Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Viterbo – Caso Attilio Manca, il gip di Roma Elvira Tamburelli ha accolta la richiesta di archiviazione della procura capitolina che aveva aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio. Attilio Manca è il medico siciliano trovato cadavere il 12 febbraio del 2004 nella sua casa a Viterbo.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, dalle indagini non sarebbero emersi elementi sufficienti per avvalorare la tesi della famiglia Manca che da 14 anni si batte per dimostrare che Attilio è stato ucciso dalla mafia. Una tesi che non ha mai trovato, e che mai troverà, conferma nelle aule di giustizia. 

Da qui la richiesta di archiviazione del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, dell’aggiunto della Dda Michele Prestino e del sostituto Maria Cristina Palaia. Richiesta di archiviazione a cui la famiglia Manca, tramite gli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, si è opposta. Arrivando a chiedere pure la riesumazione del cadavere di Attilio per ulteriori indagini. Ma il gip Tamburelli, dopo poco più di trenta giorni, ha ufficialmente archiviato il caso, accogliendo la richiesta della procura capitolina.

“Ancora una volta sul caso di Attilio Manca ingiustizia è fatta. Ancora una volta la verità viene sacrificata sull’altare della ragion di stato – commenta l’avvocato Ingroia dopo l’archiviazione -. L’ennesima archiviazione della magistratura laziale, prima quella di Viterbo e oggi quella di Roma, conferma che avevamo ragione: lo stato si autoprotegge. Anzi, si autoassolve affinché non si sappia la verità. Cioè, che Attilio è stato ucciso dall’apparato mafioso istituzionale che a lungo ha coperto la latitanza di Bernardo Provenzano prima del suo arresto. Essendo il boss, all’epoca, il garante di Cosa Nostra nella trattativa stato-mafia.

Invece di approfondire e di indagare a fondo, come pure imponevano le palesi incongruenze e le lacunose ricostruzioni che hanno caratterizzato le indagini, nonché l’assoluta inattendibilità di alcuni testimoni, si è preferito non vedere e non sentire. Si è deciso di ignorare fatti evidenti, così da mettere una pietra tombale sull’intera vicenda con 75 pagine di motivazioni assolutamente inconsistenti, con cadenze argomentative che ricordano quelle della cassazione di Corrado Carnevale dei bei tempi andati.

Quella di Attilio non è stata una tragedia di droga, come pure la si vuol far passare. Attilio è una vittima di stato e di mafia. Ma lo stato non può e non vuole ammetterlo. È per questo – conclude Ingroia – che lo stato italiano, ancora una volta, nega giustizia ad Attilio e alla sua famiglia. Ma non si può subire per sempre. È il momento che il popolo della verità si ribelli”.


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