Viterbo – L’intellettuale più intellettuale dei marxisti che fondarono il Partito comunista, Antonio Gramsci, lo definì “il papa laico della cultura italiana”, perché, pur su sponde diverse, quelle del liberalismo (l’individuo e i suoi diritti prima di quelli collettivi), riconosceva che Benedetto Croce fu davvero maestro ed evangelizzatore senza fideismi metafisici di tanta parte dei pensatori del Novecento.
Quando, cioè, l’Italia risorgimentale lasciava il posto a quella definitivamente unitaria e quando si trasformò in stato repubblicano e democratico alla cui costituzione Croce partecipò da filosofo e da politico, diventandone uno dei padri, accanto al cattolico De Gasperi e al comunista Togliatti, influenzando però idee ed agire di ambedue.
Da buon liberale era nato da una famiglia agiata. A Pescasseroli in Abruzzo nel 1866, ma visse soprattutto a Napoli. Appena diciassettenne, mentre era in ferie nell’isola d’Ischia, i novanta secondi del terremoto di Casamicciola lo resero orfano di entrambi i genitori. Ad aiutarlo giunse lo zio Silvio Spaventa, anche lui intellettuale e pure ministro del Regno, presso il quale, a Roma dove andò a vivere, si trovò immerso nella cultura e nell’apertura ad orientamenti anche diversi da quelli liberali di origine, in particolare quelli della filosofia morale e del marxismo appresi da Antonio Labriola.
Con precedenti così, quando tornò a Napoli non poteva che essere sostenuto dal destino anche nell’ordinario ed andare, quindi, ad abitare nella casa in cui Giovan Battista Vico, nel seicento, aveva scritto di filosofia della storia, lasciando quel messaggio universale e risolutore del modo di interpretare la storia stessa che si condensa nella ben nota alternanza dei “corsi e ricorsi storici”.
Attorno a lui andarono a raccogliersi intellettuali, politici e giovani alla ricerca della chiave per interpretare, coniugandoli nell’immanenza degli avvenimenti, pensiero filosofico, proprio dell’individuo e storia che l’individuo insieme agli altri scrive con la vita.
La tribuna di così alta ricerca culturale fu la rivista che fondò nel 1903, non a caso intitolata La Critica, che lo consacrò punto di riferimento dell’intellighentia del tempo. Così, a quarantaquattro anni, per nomina regia lo studioso divenne anche senatore e nel 1920, Giolitti lo volle ministro della Pubblica istruzione.
All’avvento del fascismo, lui liberale – e convinto della superiorità del liberalismo rispetto ad altri partiti e concezioni – non ne avvertì i pericoli per il “liberale” svolgersi della vita sociale. Piuttosto, consapevole della discendenza del liberalismo dalla destra storica di Cavour, Ricasoli, Minghetti – i grandi del Risorgimento e della prima unità d’Italia – sembrò ritenere che l’intervento di Mussolini nella difficile e malferma situazione politica degli anni ’20, potesse rappresentare il passaggio necessario per ricondurre il paese agli ideali originari. Un “incidente della storia” lo definirà, un evento provvisorio, “un ponte per la restaurazione di un più severo regime liberale” (1924).
Così possono spiegarsi gli applausi a Mussolini, impegnato nel 1922 al teatro San Carlo nei discorsi dell’antemarcia ed il voto di fiducia al suo governo due anni dopo: “intendiamoci, fiducia condizionata” disse.
Non tardò, infatti, a definire il fascismo “un’invasione degli iksos”, a vedersi la casa devastata dalle squadracce ed a scrivere, nel 1927, il Manifesto degli intellettuali antifascisti.
Anche il sodalizio culturale, oltrechè umano con Giovanni Gentile, l’altro grande della filosofia idealista del tempo, si ruppe, ma la riforma della scuola che proprio Gentile da ministro della Pubblica Istruzione fece approvare continuò a contenere principi e forme organizzative che Croce aveva abbozzato negli anni in cui aveva guidato il dicastero di viale Trastevere con Giolitti.
Il fascismo gli consentì però di continuare a pubblicare La Critica , una sorta di “alibi” del Duce per difendersi da chi, soprattutto all’estero, ne accusava l’oscurantismo intellettuale.
Ma Croce non lesinò critiche ed opposizione in senato, come quando, nel 1929, da assertore del principio cavouriano di “libera chiesa in libero stato”, disapprovò il Concordato tra Italia e Santa Sede che a quest’ultima e all’organizzazione ecclesiastica nazionale riconosceva non pochi privilegi. Il filosofo vide nell’iniziativa fascista il modo di accreditare il governo nell’opinione pubblica nazionale ed internazionale e a Mussolini che lo offese nel suo essere maestro della filosofia della storia definendolo brutalmente “imboscato della storia”, nel discorso pronunciato in Senato, riferendosi all’antico detto “Parigi val bene una messa” – e cioè per il potere vero si può anche concedere una devozione – Croce si proclamò tra quelli per i quali “ ascoltare o no una messa (il rispetto dei principi) vale infinitamente più di Parigi (realpolitik), perché è affare di coscienza”.
Non era anticlericale ma quando più tardi, nel 1942, scrisse “Non possiamo non dirci cristiani” non fu professione di fede ma solo riconoscimento del ruolo storico del cristianesimo nelle coscienze e nella società occidentale.
Più tardi, a repubblica proclamata, di fronte al nuovo parlamento repubblicano e nonostante i rapporti con De Gasperi, il capo della Dc, fossero “cordialissimi”, proclamò che “fino alla sua morte non avrebbe consentito a un democristiano di fare il ministro della Pubblica Istruzione”: Un dicastero che invece la Dc occupò rapidamente, restandone titolare ininterrottamente nella prima repubblica con un breve intermezzo del liberale Valitutti e di Giovanni Spadolini repubblicano alla fine degli anni 70.
Per ritornare alla vicenda fascista, Croce fu, insomma, oppositore ma anche lasciato libero di esserlo ed alla Liberazione il suo prestigio culturale, ma anche di antifascista, travalicava le frontiere nazionali, in Europa e negli Stati Uniti – dove ebbe numerosi estimatori coi quali era in corrispondenza, compreso Albert Einstein – e ne fece il naturale riferimento degli Alleati che lo individuarono come primario interlocutore per la nuova Italia democratica. Significativi, in proposito, i giudizi espressi da Winston Churchill, inglese, e dal presidente Usa Franklin Delano Roosvelt. E la pubblicazione di un suo intervento sul New York Times.
Tanto che la penna tagliente di Leo Longanesi annotò ”Il senatore Croce è un mistero. Qualcosa che sta tra il santo padre (Gramsci lo aveva definito papa laico), la signora direttrice, l’oracolo di Delfi e il commissario di polizia. Muovere qualche critica al senatore equivale a dir male della libertà”.
Aveva allora 77 anni e dopo il fascismo – che aveva passato tutto sommato non male – tornò come capo dei Liberali al governo, prima con Badoglio e, poi seppur per poco, con Bonomi, quando questi poté tornare a far risiedere l’Esecutivo nella capitale.
Con Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando, già ambedue presidenti del consiglio, Croce è da considerare tra i padri della patria per il prestigio, l’integrità e il coraggio. Tre “monumenti nazionali”, seppure gli antichi astii tra loro (naturali in quanti fanno politica) non mancavano di manifestarsi, come quando Andreotti involontariamente (???) ne captò una discussione più che vivace con “linguaggio da scaricatori di porto”.
Croce non era contrario alla monarchia, ma lasciò al suo partito, il Pli, libertà di scelta nel referendum istituzionale, Tuttavia considerava screditato il re che aveva aperto le porte al fascismo e ne chiese, anche in colloqui diretti, l’abdicazione, non in favore del figlio Umberto (che lo stesso padre sembrava non apprezzare) ma del nipotino, l’attuale ben noto Vittorio Emanuele di Savoia.
Fu eletto all’Assemblea Costituente (quinto su sei nella circoscrizione di Napoli) e, contrariamente a quanto si scrive, non votò contro l’inserimento dei Patti lateranensi in Costituzione ( “sfacciata pretesa pretesca”), ma preferì non partecipare alla seduta del 25 marzo in cui fu approvato.
Morì il 20 novembre 1952 seduto in poltrona nella biblioteca dove viveva con i suoi sessantamila libri.
Renzo Trappolini

