Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Gentile redazione, in riferimento all’articolo pubblicato lunedì 16 luglio da Vincenzo Ceniti dal titolo “Bordelli e bordelletti” mi preme fare alcune osservazioni e precisazioni che spero potrete girare al diretto interessato, autore dell’articolo.
Prima mi presento e mi scuso anticipatamente per la lunghezza della mail: sono Alessio Bardelli, laureato in Storia, e ho condotto una tesi di ricerca sulla legge Merlin e sulla prostituzione di stato in Italia.
Il mio è un intervento da studente che ha studiato da vicino questo aspetto poco noto nella storia italiana: il mio contributo, presente in questa mail, è solo un invito a considerare la prostituzione dal punto di visto umano, e non confonderla con un tema legato al passato che non c’è più e che un tempo c’era.
Arrivo al dunque:
1. -In riferito alla parte dell’articolo in cui si dice “La senatrice socialista Angelina Merlin assestava il colpo di grazia ai bordelli di stato con la legge n° 75 (385 favorevoli e 115 contrari), che venne però applicata solo sette mesi dopo, il 20 settembre, dal governo Fanfani, con la materiale chiusura di 560 case di tolleranza in cui erano ospitate circa 2700 prostitute“.
Vorrei far notare come sia errato parlare di applicazione della legge dato che nel testo approvato e votato alla camera dei deputati il 28 gennaio 1958 si fa riferimento all’entrata in vigore del testo stesso, il 20 settembre appunto.
Basterebbe inoltre leggere l’articolo 2 della Legge Merlin per capire che nel testo si fa riferimento al fatto che le “case dovranno essere chiusi entro sei mesi dall’entrata in vigore”.
– Aggiungerei inoltre che il riferimento al governo Fanfani è pressoché irrilevante dal punto di vista contenutistico, visto che la legge, di iniziativa parlamentare è stata proposta come progetto di legge già nell’agosto del 1948. Semmai il signor Ceniti avrebbe potuto citare gli interventi in aula del ministro degli Interni Mario Scelba, passato alla storia per altri provvedimenti, ma che sicuramente diede il suo imput decisivo (a livello governativo) alla velocizzazione della legge.
1. In riferimento alla parte dell’articolo in cui si dice “Nulla da dire sull’igiene, costantemente controllata dalle competenti autorità. Fuori dell’ingresso si faceva notare un logoro vespasiano per la minzione d’ordinanza”.
Il tema dell’igiene e del controllo sanitario nella case di prostituzione è senza dubbio uno dei tanti argomenti usati da parte di quanti volevano mantenere quelle case. Io ho riscontrato, dalle testimonianze delle stesse prostitute, come la questione dell’igiene fosse puramente un elemento di facciata.
Vogliamo parlare di igiene e di controlli sanitari quando una poveretta doveva avere almeno (e non mento) una dozzina di rapporti sessuali con perfetti sconosciuti? Vogliamo parlare di igiene e controlli sanitari assenti per gli uomini?
Interessante contributo è stato il testo pubblicato dalla stessa senatrice Merlin che ha raccolto e pubblicato molte lettere inviatele dalle prostitute che lavoravano nelle case. Il testo è il seguente: Merlin L, Barberis C. a cura di Lettere dalle case chiuse, Milano-Roma, Avanti, 1955,
1. In riferimento a questa parte dell’articolo: leggo da qualche parte che alla fine dell’Ottocento le autorità comunali, ben più concretamente, attrezzarono in città un dispensario anticeltico provvisto di un severo regolamento per la profilassi delle malattie veneree. Leggo anche di disposizioni che rendevano obbligatoria in quegli anni l’iscrizione delle prostitute in registri tenuti dalle autorità di pubblica sicurezza.
Il registro è stato costantemente tenuto anche nel novecento e anche dopo il 1958 visto che, per motivi di pubblica sicurezza, le autorità preferivano sapere chi fossero le ex prostitute.
Il dispensario anticeltico di cui parla è stato poi “riconvertito” in dispensario alla fine dell’Ottocento ed era aperto a tutti quanti volessero curarsi dalle malattie celtiche: vi basti sapere che molte persone, non prostitute, e persone “perbene”, non osavano però mettervi piede se povere, perché avevano il timore di essere etichettate come prostitute e quindi rinunciavano a curarsi, non potendo permettersi un medico privato che le visitasse a domicilio.
In riferimento alle autorità di pubblica sicurezza, la polizia esercitava un enorme potere discrezionale sulle prostitute: aveva piena libertà di arrestarle e portarle in cella se disobbedivano alle leggi, e questo si riferisce sia alle prostitute “patentate” e “clandestine”.
4 – “Oggi con internet a portata di mano, whatsapp, le escort a pronta presa, le chat e altre diavolerie tecnologiche, i sessant’anni della legge Merlin passano del tutto inosservati. I più giovani non sanno neanche di che cosa stiamo parlando.
Eppure qualche decennio fa i nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto quelle atmosfere cui si guarda oggi con un pizzico di nostalgia, quando il proibito aveva altri significati.
Sicuramente non sono più i tempi di una volta, su questo non ci piove.
Vi assicuro che le proposte politiche di moltissimi rappresentanti dei partiti sono state sempre nette: ci sono state moltissime proposte di modifica, cancellazione, e revisione del testo di legge anche in considerazione di modelli di neoregolamentismo (modello tedesco e olandese).
Tutt’oggi una parte consistente della maggioranza uscita “vittoriosa” dalle recenti elezioni ha parlato più volte di legge Merlin, proponendo anni fa raccolte firme per cancellarla.
Bisogna tenere sempre gli occhi aperti sulla questione: c’è il futuro dei nostri figli, delle nostre figlie e di intere generazioni che potranno pensare un giorno di guadagnarsi da vivere vendendo il proprio corpo.
Osservazioni generali
Per motivi anagrafici, non ho vissuto in quegli anni ma penso che a volte si guardi con eccessivo tono nostalgico a quei tempi.
Vorrei ricordare all’autore dell’articolo come l’eccessivo impuntarsi su toni nostalgici, sui bei tempi proibiti, non fa un grande favore alla storia di un paese che, con l’abolizione della prostituzione statale, ha voluto cancellare un vero e proprio stato di schiavitù giuridica per la donna.
Sulla prostituzione clandestina se va a leggersi studi sulla prostituzione dell’Ottocento arriverà alla conclusione che il fenomeno era già di notevole portata e legato alla questione migratoria e allo sviluppo dei nuovi centri urbani, che attiravano molte persone dalle campagne con la promessa di lavoro (usurante).
Nel suo articolo quello che più manca è una sensibilità verso le donne prostitute: sappiamo chi erano? Erano solo mere esecutori di compiti sessuali, come dei robot che assecondavano dei semplici istinti, come dei computer che obbediscono ad un imput?
So che lei è un uomo che ha vissuto quegli anni e non potrà non condividere le mie osservazioni ma mi permetta di dissentire: in un’Italia che per anni ha saputo mantenere in piedi un istituto vergognoso come quello delle case chiuse, come si può al giorno d’oggi scrivere articoli del genere? Quale esempio vogliamo dare alle nuove generazioni?
Sono perplesso dal suo nostalgismo: forse era meglio quando si stava peggio, quando la schiavitù non esisteva nei fatti ma nella prassi?
Non abbiamo mai investito sul rispetto dei diritti delle donne: le abbiamo viste come un mero strumento di piacere, anche in tempi in cui quelle case, erano del tutto chiuse. Eppure non è difficile, basta avere il coraggio di affrontare tematiche scabrose.
Capisco infine, che il suo articolo vuole far leva sull’interno di quelle case e su cosa hanno rappresentato per gli italiani che hanno vissuto quegli anni, ma, visto che sarebbe giusto, a fini etici, deontologici e professionali, ricercare la verità, nella misura del possibile, è perlomeno consigliabile fare ricerche più approfondite su un tema dimenticato sì, ma troppo spesso abusato, sporcato da giudizi personali campati in aria, e da un maschilismo ricorrente, che purtroppo, e sono io uomo a dirlo, sta portando questo paese indietro di tanti anni.
Non sono un bacchettone, di quelli cattolici proibizionisti, sono agnostico e laico, e credo profondamente nelle capacità dell’individuo.
Alessio Bardelli
