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Guarda chi si rivede, Fioroni

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Viterbo – Guarda chi si rivede… Giuseppe Fioroni. È passato un po’ di tempo dalle elezioni politiche e l’ex ministro Pd torna in pubblico a Viterbo.

L’occasione è speciale, la presentazione del libro su Aldo Moro scritto dall’esponente Dem insieme a Maria Antonietta Calabrò: “Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta”.

Al tavolo c’è anche l’ex ministro Graziano Delrio. La sala alla Trinità è piena. Fioroni se ne compiace. Non tanto per sé. “In un martedì pomeriggio di luglio a Viterbo – dice Fioroni – come già accaduto a Orvieto, Ancona e altre città dove partecipo a iniziative simili, c’è una grande partecipazione.

Graziano Delrio e Giuseppe FioroniGraziano Delrio e Giuseppe Fioroni

Parlare di Moro e della sua politica riempie le sale. Il suo messaggio politico risulta più attraente della politica di oggi. Evoca quel desidero di partecipazione da parte degli italiani, col cuore, l’animo che a 40 anni di distanza ancora evoca”.

Ad ascoltare sono arrivati in molti. A cominciare dalle autorità, il prefetto Bruno su tutti. Si vedono, anzi, rivedono, Luisa Ciambella, Daniela Bizzarri o Aldo Fabbrini. Pare un salto indietro, a prima del 4 marzo. Ma c’è l’attuale sindaco Giovanni Arena a riportare ai giorni nostri. Saluta: “L’amico Giuseppe”. Cui augura: “La massima soddisfazione – osserva Arena – per il lavoro portato avanti nella commissione Moro”.

Si racconta lo statista, la sua politica e la sua fine. La domanda di Delrio sull’uccisione avvia il dibattito. “Moro è stato ucciso perché capo della Dc o perché voleva aprire le istituzioni? Vedeva la fragilità della nostra democrazia e quello che mise in atto fu un tentativo di rafforzare le istituzioni”.

Giuseppe Fioroni e Graziano Delrio

E se allora la democrazia italiana era debole, che dire dell’oggi? “Siamo in una fase di fragilità, in cui è forte la sensibilità nei confronti delle sirene”. Fioroni, invece, spiega il lavoro della commissione. “Portato avanti in questi anni con 35mila euro, altro che le cifre girate”.

C’era bisogno di nuova luce sul caso: “Perché si tende a raccontare la stessa storia – precisa Fioroni – che poco ha a che vedere con la verità. Al termine di una puntata di Porta a porta, l’attuale vice premier Di Maio mi mandò un messaggio. Diceva quello che vado ripetendo. Non si entra nella terza repubblica se non si chiudono definitivamente i capitoli rimasti in sospeso della prima. In particolare quello dolente del rapimento e della morte di Aldo Moro”.

Giuseppe Fioroni e Giovanni Arena

La mole di lavoro è importante. Parte è nel libro, parte prova a spiegarla ai presenti.

“Moro è stato rapito e ammazzato per quello che stava facendo – afferma Fioroni – la sua scomparsa è un danno che noi oggi, quarant’anni dopo paghiamo. Lui già all’epoca aveva compreso come si stesse allargando la distanza tra gli italiani e la politica, osservando l’affluenza al voto. Se fosse qui oggi si sarebbe suicidato”.

Graziano Delrio

Moro aveva avuto un’intuizione: “Si poteva stare insieme, condividere dieci valori e dieci disvalori. Avere una bussola, in assenza della quale una comunità non è tale. Quindi Dc e Pci insieme, che avessero convinzioni comuni, giustizia, libertà di stampa e di religione. Valori comuni sentiti dalla gente e dagli italiani”.

Quella bussola appare irrimediabilmente persa. “E senza – osserva Fioroni – in mancanza di valori condivisi, per ognuno il bene è il proprio interesse e il male, tutto ciò che gli impedisce di farsi i fatti propri”.

Giuseppe Ferlicca


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