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“Sento delle voci che mi dicono di uccidere mia moglie”

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Viterbo - Un'aula del tribunale

Viterbo – Un’aula del tribunale

Viterbo – “Le voci che sento mi dicono di uccidere anche mia moglie”. Sono le voci che avrebbe sentito un maresciallo dell’esercito ricoverato lo scorso agosto all’ospedale di Belcolle a causa di gravi problemi psichici che lo avrebbero reso sempre più nervoso e aggressivo anche in famiglia. Per la difesa sarebbero i postumi delle missioni di guerra cui ha partecipato. 

L’uomo, nonostante avesse promesso alla compagna di curarsi, avrebbe però continuato ad avere un atteggiamento prepotente nei confronti della donna e incurante nei confronti del figlio, un bimbo di pochi mesi.

Colpito da divieto di avvicinamento a causa di un’escalation sempre più pericolosa di violenza, l’uomo, residente con la famiglia in un centro della provincia, avrebbe continuato a presentarsi nei pressi dei luoghi frequentati dalla donna. Motivo per cui gli agenti della squadra mobile della questura a gennaio di quest’anno gli hanno notificato l’aggravamento della misura, dopo che il magistrato, in seguito ai riscontri degli investigatori, ha disposto gli arresti domiciliari.

Per il militare è scattato un processo lampo, dopo che il gip ha accolto la richiesta di giudizio immediato della procura. Un processo che si è aperto ieri davanti al giudice Giacomo Autizi con la deposizione della vittima.

L’imputato, che era presente in aula, deve rispondere di maltrattamenti in famiglia.

Agguerrita la difesa. “Il mio assistito ha preso parte a importantissime missioni all’estero. In Bosnia gli è scoppiata una mina vicino e gli ha provocato una emiparesi alla faccia”, ha sottolineato durante l’udienza l’avvocato Norina Scorza, del foro di Paola, spiegando il perché di certi lati del suo carattere. Non un’indole violenta, ma un passato con cui è difficile fare i conti. 

“Diceva di sentire le voci e che le voci gli dicevano di uccidere anche sua moglie – ha detto la presunta vittima, nel corso della sua drammatica testimonianza – ciononostante quando è uscito dall’ospedale, lo scorso agosto, gli ho dato un’altra possibilità, perché aveva detto che sarebbe andato al Cim, al centro di igiene mentale, per curarsi. Siamo stati anche in vacanza tre giorni in Toscana col bambino. Ma poi, tra ottobre e novembre, mi ha picchiata due volte. E’ stato un crescendo”. 

La coppia nel frattempo avrebbe tentato senza grandi successi un’attività imprenditoriale: “Lui voleva lasciare l’esercito, ma ci abbiamo rimesso tanti soldi. Era sempre nervoso, ma non ho mai visto medicine, solo quando gliele ho comprate io. Una volta ha spaccato l’aspirapolvere solo perché gli avevo chiesto se lo passava lui. Quando era infuriato, distruggeva i mobili di casa. Mi ha sbattuta contro il muro e presa per il collo”.

L’ultima ricorrenza trascorsa insieme è stata capodanno: “Ho fatto di tutto, anche per nostro figlio, perché continuasse ad avere rapporti col padre. Ma da allora si sono visti pochissimo”. 

La difesa, chiedendo la revoca degli arresti domiciliari, si è spinta a proporre al giudice di disporre l’estensione anche alla vittima del divieto di avvicinamento.

Il giudice, rigettando entrambe le istanze, ha rinviato il processo al 6 settembre per sentire altri quattro testimoni dell’accusa. 


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