Viterbo – (sil.co.) – Aggressivo con la compagna dopo la nascita del figlio, finisce sotto processo. Ma non è un caso come gli altri. L’imputato viene infatti da un percorso psichiatrico importante per via di un disturbo bipolare della personalità. Dopo avere sentito due medici che lo hanno seguito in passato, il giudice ha disposto una perizia psichiatrica.
Un disturbo della personalità borderline, sul quale avrebbero inciso precedenti condotte di abuso, per il quale ha trascorso un lungo periodo in comunità ed è stato seguito fino al 2013 dal dipartimento di salute mentale della Asl. Attualmente ha un amministratore di sostegno.
Nel frattempo, proprio attraverso l’azienda sanitaria, ha trovato un lavoro stabile e si sono stabilizzate anche le sue condizioni di salute. Tanto da poter cominciare una nuova vita, in autonomia, incontrare una donna adatta a lui e iniziare dopo appena sette mesi una convivenza, culminata nella nascita di un figlio.
A rompere un equilibrio all’apparenza perfetto sarebbe stata proprio la nascita del bambino, le cui esigenze, tra poppate, pannolini e notti insonni, avrebbero mandato in tilt la coppia e riportato in auge nell’imputato condotte che sembravano dimenticate: scatti d’ira, aggressività, perdita di controllo, di cui avrebbe per l’appunto fatto le spese la compagna, parte civile nel processo in corso davanti al giudice Elisabetta Massini del tribunale di Viterbo.
Una vicenda complicata. Perché, se dietro c’è la malattia, l’imputato potrebbe non essere imputabile, quindi non processabile. Ma anche incapace di intendere e di volere e socialmente pericoloso, per cui da sottoporre a cure e potenzialmente da contenere.
In aula, durante l’udienza del 23 luglio, sono stati sentiti il dottor Giovanni Tassoni e la psichiatra Cristiana Morera. Per il medico avrebbe dovuto continuare ad assumere farmaci e fare psicoterapia. Per la dottoressa, al contrario, dal 2012, non ne avrebbe avuto più bisogno.
Tassoni ha ricordato i tanti progressi compiuti tra il 2004 e il 2011, dalla comunità al circuito semiresidenziale, al periodo di inclusione sociale lavorativa presso la Asl diventato poi un lavoro a tutti gli effetti.
“Soffre di un disturbo della personalità grave, con sindrome dissociativa e discontrollo degli impulsi, caratterizzato da un deficit di cognizione alla cui base c’é la depressione. Può diventare violento se c’è un coinvolgimento emotivo importante. E la nascita di un figlio può esserlo”, ha spiegato.
Ma soprattutto ha sottolineato: “Doveva essere obbligato ad andare in psicoterapia. Lui viene da un percorso psichiatrico importante. Una struttura contenitiva non serve a niente, serve la psicoterapia. A suo tempo assumeva farmaci neurolettici per attenuare i sintomi, ma non sappiamo se li assumesse ancora. E’ molto difficile curare chi non vuole curarsi. Anche se per brevi periodi, perdeva la capacità di intendere e di volere”. “Una pentola a pressione”, ha concluso Tassoni.
Per la dottoressa Cristiana Morera, che lo ha avuto in carico dal 2007 al 2013, a partire dal 2012 l’imputato non necessitava più né di un trattamento psicoterapico, né farmacologico, né di altro: “C’erano compenso psicopatologico e condizioni di stabilità, pur con una certa vulnerabilità allo stress”.
Con l’obiettivo di capire cosa sia successo nel frattempo, il giudice Elisabetta Massini ha disposto una perizia psichiatrica d’ufficio, che il prossimo 10 settembre, subito dopo la pausa estiva, sarà affidata allo dottor Alessandro Giuliani, psichiatra presso la Asl di Terni.
