Viterbo – La necropoli degli asfodeli. Castel d’Asso a Viterbo. Il fiore dell’oltretomba sacro agli etruschi. Ne parlano Virginia Wolf, Oscar Wilde e Grazia Deledda.
Anche per i greci era la pianta dell’aldilà. I prati di asfodelo erano infatti il luogo dove finivano le persone che in vita non erano stati né buoni né cattivi. Una specie di limbo fiorito.
A Castel d’Asso crescono ancora i fiori che gli etruschi portavano ai propri morti. Stessa cosa per le necropoli di Blera e Tarquinia. Veri e propri monumenti di quel che resta ancora in vita dell’antica civiltà che oltre duemila anni fa dominò la Tuscia.
Fotogallery: La necropoli di Castel d’Asso
La necropoli di Castel d’Asso con gli asfodeli
Oppure – tenuto conto che si tratta di una pianta molto usata in Sardegna – l’attestazione della presenza della comunità sarda, molto forte nella Tuscia, tanto da caratterizzarne gli aspetti culturali, soprattutto in quella parte di maremma viterbese che si dipana lungo tutto il litorale.
Un luogo stupendo Castel d’Asso, anche così come è. Non per l’incuria, ad esempio il ponte che unisce le due parti della necropoli, quella delle tombe e della torre, sta di nuovo perdendo pezzi. Nonostante pochissimi anni fa Viterbo civica ci mise mano riparandolo in lungo e in largo. Ma per il modo in cui si presenta agli occhi di chi ci va. Una campagna meravigliosa. Rude e pagana, dotata di un’armonia propria e capace di contraddistinguersi per la molteplicità di gamme che ne avvicinano i paesaggi a quelli dipinti da Cézanne nella seconda metà dell’ottocento. Un luogo dove il monumento, la tomba etrusca, è contenuto in un contesto naturalistico che lo sovrasta. Campi, torre, cascate e spighe di grano. E d’anime vive in giro nemmeno l’ombra.
La Tuscia più profonda. Antica e ancestrale. Dimenticata, e proprio per questo intatta. Macerie di un tempo in rovina che ha perduto la storia. Il “tempo puro”, di cui parla l’antropologo Marc Augé. Ridotto alla sua durata. Non quella della coscienza ma delle cose prodotte dall’uomo, che diventano infine rovine situandosi tra natura e storia. Tra tombe etrusche e asfodeli.
La parte abbandonata del centro storico di Faleria
Di posti come questo la provincia è piena. Vanno visti e ascoltati con occhi e orecchie diversi.
Si parla di Civita, ma la vera città che muore è Faleria. Parte del suo centro storico è sommerso dalla vegetazione. A vederlo da google earth somiglia a Chernobyl di recente o alla no man’s land che divide le due Coree a nord e a sud del 38mo parallelo dove, tra guardie rosse da una parte e ricordi della guerra chiusa nel ’53 dall’altra, sono andate ad abitarlo specie animali che si temevano estinte. Tra rovi e biancospino, nella zona abbandonata di Faleria si distinguono ancora affetti e case come, se anche qui, il tempo ha perduto la storia. Resti che s’affacciano sulla valle che apre al borgo di Calcata.
La zona di Cinelli
C’è poi Cinelli, porzione di Maremma sul territorio di Vetralla. Ai confini con Viterbo e Monte Romano, Blera e Barbarano. Diviso in due dall’Aurelia che porta a Tarquinia. Attraversato dai fiume Biedano a nord e Mignone a sud. Proprio da queste parti ci sono le necropoli etrusche di Norchia e Grotta Porcina. Un paesaggio, soprattutto quello a cavallo col blerano, tale e quale a migliaia di anni fa. Nemmeno la riforma agraria è riuscita a metterci mano, con i poderi alternati dai pioppi. Tagliate, forre, riserve di caccia e campi incolti. Terre dense e inaspettate.
Blera – La necropoli di San Giovenale
Poco oltre il Cinelli c’è infine un’altra necropoli, San Giovenale. Con l’abitato etrusco abbandonato e mai più ripopolato. In mezzo a un bosco. L’altra sera, al tramonto, una volpe è calata giù dalle tombe trovandosi di fronte a due turisti rimasti lì più del previsto. Gli si è avvicinata appena li ha visti. Non aveva paura. Non è scappata. Ha ripreso infine la sua strada. Con tutta calma. Come se non avesse mai visto persona in vita.
Daniele Camilli





