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“Cesare Pinzi, Viterbo e la sua storia. Lettere (1886-1916)”

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Cesare Pinzi

Cesare Pinzi

Viterbo - La lapide di Cesare Pinzi

Viterbo – La lapide di Cesare Pinzi

Antonio Quattranni

Antonio Quattranni

Viterbo – Per le puntigliose, amorevoli cure dello storico locale Antonio Quattranni è finalmente in libreria “Cesare Pinzi, Viterbo e la sua storia. Lettere (1886-1916)”.

Il pregevole volume, edito di recente dall’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili della provincia di Viterbo, insieme col precedente a firma dello stesso Quattranni, “Cesare Pinzi, poesie giovanili (1860-1869)”, va a formare un dittico di notevole interesse, restituendo ai cultori della storia e della cultura viterbesi, ma anche a un pubblico di non addetti ai lavori, il ritratto a 360 gradi di un intellettuale di alto profilo: tutt’altro che confinato negli angusti salotti della Viterbo post papalina e clericale, Pinzi fu infatti studioso raffinato e aperto alle maggiori correnti di pensiero del suo tempo, mantenendo contatti epistolari con figure di spicco della cultura, non solo italiana, a cavallo tra il tramonto del XIX secolo e l’alba del ‘900.

Antonello Ricci

LA VITERBO DI CESARE PINZI

di Antonio Quattranni

Cenni biografici. La figura di Cesare Pinzi (1842-1917), ragioniere-bibliotecario e storico della città di Viterbo, è in realtà per molti aspetti poco conosciuta. Sin da giovanissimo aderì agli ideali liberali del Risorgimento e, pur avendo seguito una formazione computistica, mostrò precoce sensibilità letteraria e artistica dedicandosi al canto lirico e componendo una raccolta poetica.

Appena dopo l’Unità d’Italia, ebbe l’impiego di ragioniere delle prime amministrazioni municipali viterbesi. Nel 1882 si trasferì in Sardegna dove ricoprì il ruolo di direttore generale presso il Comune di Sassari. Nella città sarda restò fino all’aprile del 1886. Tornato a Viterbo si dedicò alle memorie della città e l’anno successivo pubblicò il primo volume della “Storia della città di Viterbo” che poi, nel resto della sua vita tra il 1887 e il 1913, completò in quattro volumi. Nel 1888 ebbe l’incarico di bibliotecario della comunale. Le sue opere furono numerose. Fra le più significative, pubblicò nel 1894 la fortunata “Guida ai principali monumenti di Viterbo”, che avrà in pochi anni ben cinque edizioni, e nel 1910 “Il Palazzo papale di Viterbo nell’arte e nella storia”. Nominato anche ispettore regio ai monumenti, si dedicò alla realizzazione del museo civico e nel 1912 fu incaricato di tenere il discorso per l’inaugurazione.

Ragioniere. Pinzi fu a capo dell’ufficio di ragioneria del Comune per circa un decennio, quindi dal 1882 al 1886 lavorò a Sassari con grande impegno, rimettendo in ordine la contabilità e la situazione patrimoniale dell’ente nonché la documentazione dell’archivio comunale, impostando un originale sistema “pinziano” di catalogazione che fu seguito per molti anni. Nella città sarda gli furono riconosciute ampiamente le capacità professionali sia dagli amministratori sia dal prefetto, con cui Pinzi rimase in contatto anche dopo il ritorno a Viterbo. Tornato nella sua città, pur assumendo l’impiego di bibliotecario e archivista, Pinzi restò uno stimato ragioniere, come un moderno commercialista esperto di questioni contabili e amministrative; di ciò testimonia l’incarico affidatogli nel 1892 dal consiglio direttivo della Cassa di Risparmio di Viterbo di riformare lo statuto e l’amministrazione della Cassa e del dipendente Monte di Pietà. Per alcuni anni fu anche revisore dei conti della stessa banca viterbese e predispose il regolamento per il trattamento pensionistico dei dipendenti. Non solo, nell’agosto 1901 Pinzi ebbe anche la nomina di presidente della commissione per le istanze di primo grado delle imposte dalla Intendenza di Finanza di Roma – Agenzia imposte dirette e del catasto; ricoprirà tale ruolo con specchiata professionalità fino al 1911, quando lasciò l’ incarico per motivi di salute.

Filantropo. Grazie a questa competenza, Pinzi svolse inoltre un notevole lavoro come deputato per l’amministrazione dell’Ospizio per gli esposti. Questo incarico, svolto con alto spirito filantropico, lo vide protagonista nella realizzazione del nuovo brefotrofio cittadino. In occasione della inaugurazione della nuova struttura assistenziale, Pinzi tenne un discorso in cui trattava la “questione degli esposti” dimostrando di avere idee e concezioni moderne sull’infanzia abbandonata. Egli esprimeva una netta condanna del sistema della “ruota” e denunciava la infelice condizione di povertà e di assenza di educazione. Tali problematiche furono particolarmente sentite e coinvolsero Pinzi anche nell’animo, facendone così emergere la generosa sensibilità filantropica.

Bibliotecario e studioso. Nel contesto della seconda metà dell’Ottocento, nel ruolo di bibliotecario Cesare Pinzi ha rivestito un ruolo di primaria importanza nella realtà culturale della città di Viterbo. Oltre alle sue opere, è attraverso le lettere che si delinea con chiarezza la figura di un intellettuale aperto, appassionato e desideroso di avere scambi con contesti culturali non soltanto locali, ma anche italiani ed europei. Interpreta con passione il ruolo di bibliotecario e archivista della città, unendo alle mansioni istituzionali una personale attività di ricerca e studio: “Ho tentato di scrivere la storia della mia patria – scrive Pinzi del suo lavoro – nell’intento di confortare il suo presente scadimento colle memorie d’un passato, che forse non fu del tutto inglorioso e non senza una grande importanza politica nella storia delle nostre contrade” La redazione della “Storia di Viterbo” fu una lunga fatica che, nonostante una prima contrastata accoglienza nell’ambiente clericale viterbese, fu ampiamente ripagata da apprezzamenti ed elogi di importanti studiosi italiani e stranieri con cui Pinzi ebbe vivaci contatti culturali e, come appunto si comprende dalle corrispondenze, anche di sincera stima. Avendo frequentato anche l’Archivio Vaticano, egli conobbe infatti importanti studiosi europei come Jean Guiraud, Paul Sabatier, Ernest Steinmann, Leon Dorez, Adolf Schulten e altri, ai quali spesso comunicava notizie d’archivio su Viterbo e la provincia del Patrimonio. Ebbe relazioni amichevoli e di scambio epistolare con illustri personaggi viterbesi del periodo, fra i quali possiamo ricordare i cardinali Pietro La Fontaine e Francesco Ragonesi o il diplomatico Tommaso Carletti.

Dalle lettere. In una lettera del 1903 a Tommaso Carletti troviamo questo giudizio di Pinzi sulla realtà socio-culturale di Viterbo in quegli anni: “Ella sa che qui in Viterbo non si pecca davvero di idee troppo larghe ed ardite. Pare quasi che l’ambiente, troppo saturo di neghittosità, atrofizzi a poco a poco l’anima; cosicché anco i più giovani e facoltosi non fanno di stanarsi dal loro nido e finiscono col non vedere e non desiderare più nulla al di là del poco vasto orizzonte che li circonda, e della ristretta cerchia dei loro piccini interessi locali.”

Nel 1906, al cardinale Francesco Ragonesi comunica invece la sua piena soddisfazione per il restauro del Palazzo dei Papi, che Pinzi aveva sollecitato e seguito: “Fra qualche giorno, si avrà tutta la vecchia facciata del vecchio palazzo papale ridonata alla vista per intero, presentando una fronte meravigliosa e armoniosamente bella, coi sei grandiosi finestroni ogivali del salone colla grande porta archiacuta, sormontata dal suo bravo leone marmoreo, e col fantastico interno degli archi del loggiato, sotto cui occhieggia il grande arco che lascia vedere nel suo sfondo la sottostante vallata di Faul e tutto il verdeggiante declivio che sale su su, a guisa d’anfiteatro, coronato in cima del pittoresco paesaggio, formato dalla chiesa della Trinità, dalle mura e dalla torre di Porta Bove, con dietro, lontano lontano i pinnacoli della città di Montefiascone e delle montagne Amiatine che si perdono tra le nebbie dell’orizzonte. La magnifica scena medievale che si apre inaspettatamente sulla Piazza del Duomo a chi vi giunge dalla via di S. Lorenzo, è tale che conquista la meraviglia di quanti forestieri o nostrani vi accorrono. E Lei stessa, Eccellenza, che può benissimo da costì rappresentarsi alla mente gli incanti di quella superba visione, dovrebbe concedere, se qui fosse, che la realtà plastica di tante meraviglie dell’arte antica, superano tutte le previsioni più suggestive che possono essere date dalla più affascinante descrizione. Insomma, siamo riusciti a riconquistare alla nostra città un monumento del secolo XIII, che per carattere, per l’importanza storica ed artistica e per l’epoca lontana in cui sorse, è fra i più notevoli dell’Italia nostra”.

Ricordare Cesare Pinzi è un atto ineludibile di riconoscenza verso un intellettuale che ha vissuto dedicandosi con tutte le sue energie alla ricerca e allo studio dei documenti e dei monumenti del passato, sulla cui base ha costruito un appassionato profilo storico della “sua” Viterbo alla quale, sin da giovanissimo, aveva mostrato di sentirsi profondamente legato.


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