Viterbo – Uno scrigno delle meraviglie. Lo sfortunato museo civico di piazza Crispi. Questo sconosciuto. Prezzo d’ingresso, 3 euro e 50 centesimi. Eppure nessuno ci va. Nonostante lì dentro ci sia il meglio di quanto uno possa veramente sperare. La storia dell’arte e quella di Viterbo. Ad occuparsene è il comune. Da Palazzo dei Priori.
Fotogallery: I tesori del museo civico – Le opere di Sebastiano del Piombo
Accanto al museo, la chiesa di Santa Maria della Verità. Di fronte, le mura di Raniero Capocci e i resti del palazzo di Federico II. In mezzo, un semaforo e un incrocio, verso il nord e il sud della città.
Museo sfortunato. Ovviamente, sfortune all’italiana. Vittima, il patrimonio culturale del Paese. Colpito dai bombardamenti alleati nel 1944, ristrutturato nel 1994, il 25 maggio del 2005 una parte crolla e il museo resta chiuso fino al 2014. Quasi 10 anni. Durante i quali è successo di tutto. Nuovi modi di allestire, nuove tecnologie, avvento definitivo di internet e dei social network. Solo per citare alcuni passaggi determinanti da cui il museo è stato tagliato fuori. Come se si fosse addormentato all’alba di un tempo radicalmente diverso per poi risvegliarsi e scoprire che il futuro che aveva davanti è ormai alle spalle. Una struttura ben pensata e allestita finita in coma per un decennio.
Tornata infine alla luce da vecchia e, a causa delle scosse di terremoto degli anni successivi alla riapertura, pure con le ossa rotte. Una parte del museo è infatti inaccessibile al pubblico. Quella che si affaccia sullo stupendo chiostro medievale. Un vero peccato. Servirebbe un nuovo investimento. Soprattutto per quanto riguarda l’allestimento. Poche le didascalie in lingua. Alcune andrebbero sostituite. La brochure è tuttavia anche in inglese, francese e tedesco. Necessaria anche una spolverata ai supporti che sorreggono i sarcofagi. Risolto invece il problema dei piccioni. Con rete e spuntoni. Ora è tutto pulito e il guano non rappresenta più un pericolo.
Viterbo – Il museo civico
Due piani e un pian terreno. Personale gentilissimo. Tre custodi. Tuttavia in pochi. A mala pena riescono a gestire i turni e lo spazio, videosorvegliato, da controllare. Accolgono, sentono di cosa si possa avere bisogno, aiutano nel percorso e alla fine ricordano che c’è un questionario di gradimento da compilare, se uno vuole, e regalano una piantina della città raccontandone brevemente i punti salienti.
Il piano terra è dedicato all’archeologia, il primo all’arte moderna e medievale e l’ultimo alle collezioni storiche. C’è anche l’ascensore. Anni ’70. Funziona bene, peccato solo la barriera architettonica all’ingresso in piazza Crispi. Tutto il complesso porta il nome di Luigi Rossi Danielli. L’archeologo che finanziò importantissime campagne di scavo che portarono alla scoperta di parte consistente del storico-culturale della Tuscia. Morì a soli 39 anni, il 10 maggio 1909.
Al pian terreno ci sono etruschi e romani. I sarcofagi attorno al chiostro. I reperti delle sale. Da Ferento, dai siti del territorio. Ci sono anche alcune riproduzioni per non vedenti e un plastico ricostruttivo di Norchia. Frammenti di una storia che lasciano intravedere la monumentalità del paesaggio della Tuscia. Tra le iscrizioni, ce n’è una in ebraico. La sola e unica testimonianza della presenza della comunità a Viterbo. Venne ritrovata a Poggio Giudio, che ospitava il cimitero ebraico prima della cacciata dalla città. È un’iscrizione del 1401. Si piange la morte di un giovane figlio.
Al primo piano c’è la pinacoteca con le opere dal XII al XIV secolo. Due su tutte la Pietà e la Flagellazione di Sebastiano del Piombo. Il primo è del 1517, l’anno primo della rivoluzione luterana in Germania. Il secondo, del 1524. L’Europa nel pieno della rivolta protestante. Due dipinti che tirano in ballo anche la figura di Michelangelo. La storia del rinascimento italiano. L’allestimento dovrebbe essere provvisorio, dovuto ai guai che il museo ha dovuto affrontare tra un crollo e un terremoto. Davanti ai due del Piombo ci sono tre sedie. Sempre e soltanto in tre si può entrare e avvicinarsi ai quadri superando la cordicella bianca che fa da confine.
Belli. Capolavori assoluti. Attorno non c’è anima viva. Non vola una mosca. Poco più avanti ci sono due sculture in terracotta policroma della bottega di Andrea della Robbia e la quarta sala ospita opere di artisti che vanno dal XVI al XVIII secolo. Cesare Nebbia, Aurelio Lomi, Salvator Rosa, Pietro da Cortona. Nell’ottava sala c’è infine il Presepe del Pastura, allievo del Pinturicchio e del Perugino.
All’ultimo piano ci sono le collezioni. Iconografica, basta sapersi muovere tra le sedie. Di rilevo anche le ceramiche da farmacia dell’ospedale grande e i cliché fotomeccanici all’ingresso, matrici di fotoincisione, ossia forme da stampa in rilevo che hanno rivestito un ruolo fondamentale nella storia dell’arte tipografica. Qui si trovano inoltre, una collezione di monete, i cinquantasei bozzetti settecenteschi della Macchina di Santa Rosa e le copie del XVII secolo di alcuni affreschi perduti di Benozzo Gozzoli con storie della vita di Rosa. Affreschi che fino all’inizio del secolo scorso si trovavano all’interno della Basilica di Santa Rosa. Ci sono infine le chiavi che si infilano nelle serrature di Porta Romana e Porta della Verità.
Museo civico posizionato male. Passando per la piazza che lo ospita, non ti rendi conto che esiste. Di lato, una chiesa che non aiuta. Santa Maria della Verità è più facile trovarla chiusa. Salvo orari comandati dalle messe. Nonostante al suo interno vi sia uno dei capolavori dell’arte viterbese. Lo sposalizio della Vergine di Lorenzo, restaurato da Cesare Brandi che, proprio in questa chiesa, a un palmo dal museo civico, ha elaborato la teoria moderna del restauro. Subito dopo la guerra, con gli affreschi a terra, sbriciolati. Una storia che Viterbo ha quasi completamente dimenticato.
Un bel museo, lasciato un po’ scivolare ai margini della vita turistica e culturale viterbese. Una struttura museale che avrebbe potuto avere un bell’avvenire. Poi è successo di tutto. Crollo e terremoto. Dieci anni di fermo che lo hanno reso inadeguato o quanto meno non più al passo con tempi mutati radicalmente proprio in quel lasso temporale. Ed è stato come essersene dimenticati. Un museo civico, con un grande futuro alle spalle. Un destino che soltanto i viterbesi possono cambiare.
Daniele Camilli









