Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Hassan Sharaf era un ragazzino impaurito che non avrebbe dovuto scontare la sua pena nel carcere di Viterbo e che in passato aveva denunciato abusi “, così Stefano Anastasia, garante regionale per i diritti dei detenuti ad un quotidiano locale.
Una denuncia grave, che accende una luce sinistra sul penitenziario viterbese di Mammagialla e sul funzionamento del sistema carcerario in genere, dove disattenzione (perché stava a Mammagialla se, come pare, fosse in carcere per un reato commesso da minorenne?), riduzione dei servizi e peggioramento delle condizioni di lavoro degli operatori contribuiscono a offrire uno spaccato disarmante, dove la vita di un ragazzo di 21 anni finisce per essere legata alla casualità e all’arbitrio, nel momento della sua massima fragilità.
A Viterbo, è la terza morte avvenuta nei primi sette mesi dell’anno, la seconda a seguito di un tentativo di suicidio compiuto in isolamento, segno di un malessere diffuso le cui cause devono essere portate pienamente alla luce.
“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, scriveva Voltaire. E queste parole suonano oggi come una condanna senza appello della “civiltà” italiana: condizioni di sovraffollamento intollerabili, agenti di custodia sotto il livello minimo, medici, psicologi e operatori sanitari, ridotti ad un miraggio.
E’ in questo contesto che la realtà, già di per sé complicata del carcere, si trasforma in tragedia.
Viviamo un tempo complesso, dove si tende sempre più spesso ad affrontare il dramma delle povertà e delle devianze esclusivamente in termini repressivi, quando invece dovrebbero essere l’intervento sociale e le misure rieducative a fornire una possibilità ulteriore a chi ha la sfortuna di inciampare; in questo contesto il carcere, perfino contro il dettato costituzionale, torna ad essere sinonimo di “buco nero”, senza possibilità di redenzione.
La denuncia di Anastasia è importante, va sostenuta, rende evidente la necessità di una indagine approfondita anche sulle presunte violenze che avrebbero preceduto la morte di questo ragazzo.
E’ in primo luogo un atto di giustizia, ma anche l’unico modo per permettere all’istituzione carceraria di pretendere gli strumenti e le risorse necessari a far funzionare un’articolazione dello Stato che non può prevedere l’esistenza di simili zone d’ombra.
Giancarlo Torricelli
Associazione Tuscia Europa
