Viterbo – Operazione “Coast to coast” contro l’immigrazione clandestina, al via dopo nove anni e mezzo il processo per favoreggiamento ai nove imputati rimasti dopo la raffica di prescrizioni che hanno ridotto gli oltre sessanta indagati iniziali a nemmeno una decina.
Alla sbarra cinque italiani e quattro stranieri, coinvolti nel maxi blitz che scosse il capoluogo all’alba del 17 marzo 2009. Altri cinque, invece, erano già usciti di scena patteggiando pene tra gli 8 e i 16 mesi, con multe tra i 12mila e i 16mila euro.
E’ quel che resta, davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, del blitz congiunto di polizia e carabinieri del 17 marzo 2009, sfociato in 5 arresti ai domiciliari, 7 obblighi di firma, 8 appartamenti sequestrati tra Viterbo e Canepina e 65 indagati a piede libero. In manette finirono una professionista, un’impiegata dell’ufficio provinciale del lavoro, un dipendente di una società partecipata e due cingalesi.
I provvedimenti furono emessi dal gip Gaetano Mautone, su richiesta della pm Paola Conti, per un’indagine inerente l’associazione a delinquere a scopo di lucro finalizzata al favoreggiamento all’ingresso in Italia di extracomunitari in violazione delle norme sull’immigrazione. In gran parte cingalesi.
Tra i personaggi coinvolti professionisti e imprenditori viterbesi, tra i quali una consulente del lavoro, che nel frattempo ha patteggiato, e una impiegata della direzione dell’ufficio provinciale del lavoro. Quest’ultima è tra i nove imputati per i quali si è aperto ieri il processo davanti al collegio. Contro di lei si è costituito parte civile il ministero del lavoro. L’inchiesta è partita in seguito a una segnalazione di alcuni colleghi dell’ispettorato del lavoro, insospettiti dai movimenti della donna.
Secondo l’accusa, avrebbero fatto in modo che gli extracomunitari venissero in Italia alle dipendenze di imprenditori italiani. Una volta in Italia venivano poi licenziati, avendo ottenuto, in cambio, dodici mesi di tempo per regolarizzare la propria posizione in Italia oppure in un altro paese europeo. Il costo della pratica per ogni immigrato si sarebbe aggirato tra i 4mila e i 7mila euro. Centinaia di extracomunitari, per lo più cingalesi, sarebbero giunti così in Italia tramite il permesso di soggiorno a fini lavorativi della durata di un anno.
Dei 42 indagati comparsi davanti al giudice per l’udienza preliminare Francesco Rigato, dopo i cinque patteggiamenti e la prima raffica di prescrizioni davanti al collegio presieduto dal giudice Savina Poli, ne sono stati rimasti a giudizio 23. Ieri, su richiesta della stessa procuratrice Paola Conti, il nuovo collegio ha formalizzato l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione per altri quattordici imputati, undici italiani e tre stranieri.
Al centro dell’inchiesta della pm Paola Conti un presunto traffico a scopo di lucro di decine di cittadini, prevalentemente dello Sri Lanka, che sarebbero stati fatti entrare in Italia col trucco di finti contratti di lavoro come colf, giardinieri, badanti, in cambio di somme tra i 4mila e i 7mila euro.
Alla sbarra con altri otto imputati, la dipendente dell’ufficio provinciale del lavoro – difesa dall’avvocato Angelo Di Silvio – contro la quale, per danno d’immagine, si è costituito parte civile il ministero del lavoro. Per loro la prescrizione maturerà dopo 12 anni e mezzo per cui, anche se sono già trascorsi nove anni e mezzo, salvo clamorosi imprevisti, c’è ancora tutto il tempo di arrivare a una sentenza di primo grado.
Il processo entrerà nel vivo il 22 novembre, quando saranno sentiti i primi cinque testimoni dell’accusa: due periti che hanno trascritto le intercettazioni e tre degli investigatori che hanno materialmente svolto le indagini condotte dalla procura.
Silvana Cortignani

