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“Dobbiamo tornare a meravigliarci e inorgoglirci della nostra storia…”

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Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Viterbo – “L’8 settembre apriamo le porte col tesseramento per lanciare un progetto nuovo di ripensamento, rinascita e coinvolgimento della città. Dobbiamo tornare a inorgoglirci e meravigliarci della nostra storia. L’assessore alla Cultura deve fare questo, raccontarla. Non è un organizzatore di eventi”. Alfonso Antoniozzi di Viterbo 2020 anticipa l’evento dell’8 settembre in piazza delle Erbe organizzato dal movimento che fa capo a Chiara Frontini.

“Ci siamo resi conto – dice Antoniozzi – che, di fatto, dopo le elezioni ci troviamo a essere una forza politica, che in 5 anni, nel territorio, è arrivata lontano. I voti del primo turno ci raccontano che, stando così le cose, Viterbo 2020 è la prima forza politica coesa presente nel comune. Un dato su cui ci siamo messi a ragionare.

Siamo arrivati alla conclusione che Viterbo 2020 deve dare una risposta, cominciando a strutturarsi e a incidere sul territorio secondo le aspettative dei cittadini.

L’8 settembre, dunque, apriamo le porte e lanciamo un progetto nuovo. Un progetto di ripensamento, rinascita e coinvolgimento della città. Abbiamo l’impressione che l’immagine che il movimento ha dato all’esterno sia quella di una civicità pratica. Non siamo solo quelli che ripuliscono il marciapiede o spalano la neve.

Vorremmo per questo far partire una sorta di laboratorio, bottega o workshop permanenti per rinnovare la città insieme ai cittadini che vorranno poi impegnarsi a cambiare le cose. Primo passo per farlo è prendere coscienza della città”.

Antoniozzi va nel dettaglio: “Ho l’impressione che, in Italia e di conseguenza anche qui, tendiamo a dimenticare le nostre radici. Ad avere un orgoglio cittadino che è distorto, perché non è quello che affonda su ciò che i nostri padri hanno fatto prima di noi, ma su una serie di banalità o fraintendimenti. Abbiamo le mura, ma nessuno sa quando sono state costruite e perché, lo stesso per le torri o il teatro dell’Unione e santa Rosa.

Vorremmo innanzi tutto ripartire dai tre punti che possono fare grande la città e cioè la cultura, il turismo e la messa in rete della Tuscia restituendo a Viterbo il ruolo di capoluogo che in questo momento è solo nominale.

E’ questo il senso dell’evento pubblico dell’8 in piazza delle Erbe, quando racconteremo cosa vogliamo fare e dove vogliamo andare. Di fatto un evento di tesseramento per capire insieme ai cittadini se veramente da parte loro c’è voglia di ritornare alla condivisione dell’attenzione nei confronti della città.

E non tanto ristabilire il rapporto tra cittadini e istituzioni, perché i cittadini sono le istituzioni. Bisogna tornare ad avere la percezione del comune come bene comune”.

Ma quello dell’8 settembre è solo il primo passo verso un progetto più ampio: “Dopo terremo tre incontri dove esperti, visionari del settore e cittadini possano interagire. Vogliamo creare una nuova classe dirigente, contribuire a creare una nuova ‘generazione transgenerazionale’, dai 20 agli 80 anni, che veramente vuole prendersi cura della propria città e dei suoi interessi.

Siamo un movimento civico, apartitico, senza finanziamenti o appoggi da parte di terzi. Al ballottaggio abbiamo perso per 500 voti contro una corazzatta. Uno dei pochi casi in cui il cambiamento avviene attraverso un processo democratico.

Attraverso l’incontro dell’8 e i tre laboratori successivi, vorremo che tutte le persone che credono che il cambiamento sia possibile vengano a farne parte.

E’ vero – ammette Antoniozzi – che avviene in primis nelle urne, ma nelle urne bisogna andarci con coscienza. Ultimamente, invece, mi pare che si voti più per appartenenza o tifoseria. In questi cinque anni, vorremmo tornare a ragionare tutti insieme su cosa significa essere cittadini e non sudditi. Essere cittadini e quindi partecipanti alla vita della città.

Viterbo 2020 ha rappresentanti in ogni quartiere che raccolgono segnalazioni e che vengono soprattutto a raccontarci che cosa sognano i cittadini per la città. Perché tappare la buca è un’esigenza concreta, ma immaginare un ponte o un nuovo modo di incidere sulla vita di un quartiere è politica alta che per noi deve avvenire con una compartecipazione. Che è poi quelo che abbiamo fatto con il programma condiviso. Perché vogliamo far capire che, lavorando al nostro fianco, è possibile che una parte di quei sogni possano realizzarsi”.

Antoniozzi torna quindi a ragionare di un settore a lui caro e anticipa un’iniziativa su cui sta lavorando: “La cultura è curiosità. Ultimamente, invece, mi sembra che sia spenta anche dai pc che sono uno strumento meraviglioso, ma che al tempo stesso ci mettono tutto a portata di mano.

In questo evento sulla cultura di cui mi sto occupando, voglio far passare il messaggio che dobbiamo essere orgogliosi di quello che siamo come città e come storia, perché è la nostra storia. Siamo importanti, Viterbo è importante perché siamo noi. Basta dire che non siamo né Siena né Firenze. E’ vero non lo siamo, ma noi abbiamo una storia e radici che parlano da sole, basta pensare al conclave, alla fase longobarda, alle fazioni guelfe e ghibelline, la Viterbo dei Farnese o nei movimenti spiritualisti di Michelangelo, Sebastiano del Piombo e Vittoria Colonna. Tutto ciò va raccontato.

Cultura non è sinonimo di ‘rompimento di coglioni’, visto che può essere divulgata in maniera leggera. Ecco perché insieme ad alcuni ragazzi faremo uno spettacolo in cui racconteremo la storia della città dalla fola inesistente dei quattro castelli Favl fino a dove vogliamo arrivare. E’ il regalo che vogliamo fare ai viterbesi e chi verrà vedrà spettacolarizzata la storia della città”.

Parlando dell’assessorato alla Cultura del comune, Antoniozzi non se la sente di dare un giudizio, più che altro perché “non è di fatto ancora successo nulla e questo già parla da sé. Non ho materiale per dire se le cose vanno bene o male.

C’è di base un fraintendimento grosso del ruolo dell’assessore alla Cultura, che è un po’ dappertutto, e che lo vede come un organizzatore di eventi. Non è così perché l’organizzatore di eventi è un impresario. L’assessore prende la realtà culturale della città, che va da San Pellegrino in fiore alle feste popolari all’infinita e grande foresta di associazioni che la cultura la fanno vivere e la portano avanti, e la promuove.

La verità è che il lavoro che dovrebbe fare l’assessore alla Cultura, qui l’hanno fatto sempre i privati perché sono loro che ci parlano della Viterbo etrusca o di quella medievale e organizzano mostre che spingono l’arte moderna e contemporanea.

L’assessore, invece, deve prendere questo rivoletto di ruscelli e farne un fiume che va verso una direzione, raccontando la storia della città, mostrando ai cittadini le proprie radici e risvegliandoli, visto che, essendo circondati di storia e di bellezza, ormai ci siamo abituati.

Noi abbiamo una storia piena: dalla sede papale a quella templare. La Pietà di Sebastiano del Piombo non è la Gioconda ma racconta un pezzo di storia italiana e non solo dell’arte, ma del paese e cioè che Sebastiano del Piombo e Michelangelo erano qui perché qui si incontravano con Vittoria Colonna e con gli spiritualisti.

Quel dipinto, al di là della bellezza, è lì perché racconta quel pezzo di storia della nostra città. Se la National Gallery l’ha preso e ne ha fatto il simbolo di una mostra di Sebastiano e Michelangelo e di quel periodo storico, perché noi non dovremmo farlo.

Il museo storico non ha pezzi di pregio spettacolari, ma non è questo l’importante. Conta che sia sistemato in modo che chi ne esce conosca la storia della città. Tutti questo per dire – conclude Antoniozzi – che bisogna valorizzare ciò che abbiamo e raccontare ciò che eravamo e che siamo ora. Dobbiamo tornare a meravigliarci e inorgoglirci della nostra città e non trincerarci dietro al fatto che non siamo Siena, Roma o Firenze. Dobbiamo decidere di essere Viterbo“.

Paola Pierdomenico


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