Bomarzo – Spunta anche un appalto pubblico del comune di Bomarzo tra le presunte gare truccate da una cordata di imprenditori passate al setaccio dalla procura nell’ambito della maxinchiesta Genio e sregolatezza.
Al centro la realizzazione di un sentiero nel bosco. Un appalto per il quale, nel 2013, sono finiti indagati tre imprenditori, un uomo e due donne, le cui strade giudiziarie si sono separate.
Per una delle imprenditrici, il processo per turbativa d’asta in concorso si è aperto nei giorni scorsi davanti al giudice Gaetano Mautone.
Sotto la lente dei pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma è finito il “percorso pedonale di accesso alla riserva naturale di Monte Casoli”, a circa 5 chilometri dal centro abitato, vicina al Parco dei mostri, localizzata tra i terreni appartenenti a tre distretti vulcanici laziali e meta di passeggiate storico-naturalistiche ed escursioni.
Salgono così a sei i filoni della maxinchiesta arrivati al dibattimento: dopo Genio uno, Genio bis, Pista Rossa, Vitorchiano, Acquabianca e lo stralcio “Guardea”, adesso anche il “Monte Casoli” di Bomarzo.
Un’area estesa su 285 ettari, non solo di grande rilevanza naturalistica, ma anche archeologica, in quanto tra le rocce della collina gli antichi abitanti della zona realizzarono abitazioni e tombe rupestri, perforandola insistentemente, utilizzati fino all’epoca contemporanea come ripari per animali da pastorizia. E’ tuttora una tradizione tipica dei bomarzesi andare a Monte Casoli per la scampagnata di Pasquetta. Ci sono tracce di un castello, una chiesa ben conservata ed una vasta necropoli con colombai intorno alle acque del torrente Vezza.
Ebbene, un’imprenditrice 57enne d’origine marchigiana per quel percorso pedonale a Bomarzo è finita sotto processo con l’accusa di turbativa d’asta, in concorso con una imprenditrice e un imprenditore viterbesi per i quali si procede separatamente.
I fatti sono relativi al periodo che va da settembre 2011 a marzo 2012, pochi mesi prima di quel caldo autunno di sei anni fa in cui scattarono i clamorosi arresti di tredici imprenditori e si venne a sapere che un’altra cinquantina, quasi tutti della provincia di Viterbo, erano indagati a piede libero.
C’è voluto tempo per arrivare a martedì 23 ottobre quando, davanti al giudice Gaetano Mautone, si è tenuta l’udienza di ammissione prove, con le consuete intercettazioni telefoniche da trascrivere, carabinieri forestali e imprenditori da sentire, questi ultimi già coinvolti in altri filoni della maxinchiesta.
L’imputata, difesa dagli avvocati Bruno Mecali e Piergiorgio Manca del foro di Roma, è accusata di avere turbato “il regolare svolgimento della procedura ad evidenza pubblica indetta dal Comune di Bomarzo a procedura negoziata – si legge nell’avviso di conclusione indagini – per l’individuazione del contraente privato per l’appalto di opere pubbliche ed in particolare per l’affidamento dei lavori relativi alla realizzazione del ‘percorso pedonale di accesso a Monte Casoli ed area ricreativa’”.
Sempre medesimo il copione. Secondo la procura, “agendo per conto e nell’interesse di un’impresa di costruzioni romana”, la 57enne avrebbe concordato con i due presunti complici e altri soggetti non identificati, invitati a presentare offerte, “il contenuto delle offerte da presentare, in modo tale da favorire l’aggiudicazione in favore di società riconducibile alla cordata ovvero ad altro soggetto comunque gradito”.
Il 20 novembre sarà nominato il perito trascrittore, il 16 aprile saranno sentiti tutti i testi dell’accusa.
Silvana Cortignani

