Viterbo – Certi commentatori dovrebbero stare molto attenti a demonizzare le forze politiche attualmente al governo che, avendo avuto un ampio suffragio elettorale, rappresentano ed esprimono comunque esigenze e tendenze diffuse nella popolazione italiana.
Il problema è proprio questo: l’Italia del primo quarto del nuovo millennio non è più né quella uscita baldanzosa dalla Resistenza e poi dal Sessantotto, né quella meramente consumistica e adattiva degli anni ’80, quanto piuttosto quella globalizzata, incerta e schierata in difesa di questi anni di crisi economica, di terrorismi, di evoluzione socioculturale che inducono inevitabilmente ad un ripiegamento su sé stessi, ma anche ad una risposta impulsiva ai nuovi bisogni indotti dal cambiamento.
Se si affronta questa situazione con l’albagia di chi si sente dalla parte della ragione ed è più incline a scandalizzarsi che a comprendere, come accade da tempo nella liturgia del politicamente corretto, è chiaro che si è pronti alla sconfitta, perché la risposta popolare guarda per lo più altrove. Analogamente, chi crede di poter praticare la politica dei convegni, dei comizi, dei circoli culturali, delle riunioni nelle severe sezioni di partito, ignorando, sottovalutando o disdegnando il potere di “rete” dei social, perde inevitabilmente di appeal per un popolo del web ormai maggioritario.
Le forze di governo oggi sono costituite in buona misura da parvenu della politica che non solo hanno talvolta le idee confuse, dettate più dalla pancia che dalla mente, ma inevitabilmente commettono errori, forzando delicati equilibri senza aver preventivamente preparato le dovute risposte all’inevitabile stato di incertezza che ne deriva.
Tutto ciò induce la politica tradizionale a trattare questi “homines novi” con quella aristocratica supponenza che i membri della democrazia liberale (per lo più intellettuali, professori, imprenditori, proprietari terrieri, ricchi borghesi e altolocati) guardavano ai primi socialisti che cominciarono a occupare gli scranni del parlamento, gente che spesso era di estrazione operaia e contadina e di limitata cultura, anche se rappresentavano le istanze di una massa crescente di lavoratori.
Che i Di Maio o i Toninelli si possano esporre alle facili ironie di giornalisti colti o di vecchie volpi della politica, anche a livello internazionale, è scontato. Che Salvini si muova sovente come un Mussolini in guanti bianchi del 21esimo secolo, sono in molti a notarlo, anche tra i Cinquestelle.
Credere però che siano monadi autoreferenziali che agiscono trascinate da un vento instabile di mero populismo, è pericoloso pensarlo, soprattutto se si leggono responsabilmente sia i più recenti dati elettorali in Trentino Alto Adige che quelli dei sondaggi, i quali a dispetto dell’impasse di Genova, delle critiche di Bruxelles, delle lampanti contraddizioni del programma socioeconomico e di certo velleitarismo comportamentale, continuano a legittimare l’attuale ondivaga alleanza di governo e a penalizzare le “assennate” opposizioni.
E’ evidente come, seppur in modo talvolta confuso, questo governo stia dando risposte a bisogni fin qui criticabili e criticati sul piano etico e filosofico ma inevitabilmente crescenti e ormai largamente diffusi in una opinione pubblica esausta e delusa: problemi come l’immigrazione, come la sicurezza personale, come l’occupazione giovanile, come i rapporti con Bruxelles e i paesi europei più forti, non possono essere più affrontati solo sul piano di un’etica politica di tipo solidaristico e concordatario, ma esigono, se non una revisione strategica dei valori, certo delle innovazioni tattiche anche apparentemente aggressive sul piano operativo.
Altrimenti, certe situazioni non si sbloccano: lo si è visto con gli inutili appelli dell’Italia sull’immigrazione; con una politica economica europea molto conservativa; con le saccenti “prepotenze” dei nostri allegri confinanti; con i due pesi e le due misure adottate con un paese fondatore dell’Unione come l’Italia e con i neoeuropei di Visegrad, molto europei nel prendere e poco nel dare.
Di contro, le opposizioni (peraltro storicamente divise, e non solo in due…) a parte certe filippiche infiammate di sacro furore, non propongono alternative reali, praticabili, essendo aggrappate ad un paradigma politico troppo appiattito sul passato e poco sensibile ad un presente che non padroneggiano, forse non capiscono fino in fondo e che quindi le spaventa.
La storia non fa salti e la società non si evolve per improvvise e imprevedibili eruzioni, ciò che accade ora ha una sua spiegazione e una sua giustificazione che proviene dal processo evolutivo di questi ultimi anni; una realtà effettuale che i vecchi detentori del potere, che siano pure santi ed eroi (ma vi sono anche molti orchi e lupi) hanno letto male e troppo frettolosamente demonizzato. Scandalizzarsi per la direzione che ha preso oggi la corrente, senza farsi un genuino esame di coscienza su quali spazi le sono stati creati o concessi, appare molto simile allo sdegno che gli adulti esprimono talvolta per le azioni dei giovani, come se questi avessero imparato dai marziani invece che dai loro genitori.
Zygmunt Bauman, pur criticando la società liquida del nuovo millennio, ha sempre sostenuto positivamente che il futuro della società occidentale sarà indotta a nuove forme di convivenza e di tolleranza reciproca. Quando ebbi modo di scambiarci qualche idea, gli chiesi se era veramente ottimista sul futuro della nostra società liquida e lui, da sociologo a sociologo, mi confessò con un sorriso amaro: “I actually hope so, I cannot be sure…”.
In effetti allo stato attuale gli scenari globali, in ogni continente, ci restituiscono processi migratori che mettono in crisi gli equilibri politici, sociali ed economici; a fondamentalismi politico-religiosi che aizzano la conflittualità individuale e collettiva; a strategie economico-finanziarie che favoriscono più la competizione che gli accordi e si riverberano negativamente sulla sostenibilità ambientale. Così si assiste piuttosto ad un crescente massimalismo che allontana le parti, mette in crisi gli organismi internazionali, favorisce regimi politici aggressivi e intolleranti, fa crescere imbonitori e haters mediatici.
Peraltro, di fronte a questo orizzonte contraddittorio, tra velleitari “adesso ci penso io” e soloni buoni solo all’indignazione, si capisce perché molti elettori disertino le urne e segnatamente i giovani, quelli che vorrebbero veder marciare assieme ideali, innovazione e giustizia. Un ritiro, tuttavia, che non è soltanto una sconfitta della democrazia, ma anche uno schiaffo a chi ha dato la vita per essa e un’offesa alla ragione, alla dignità e ai diritti delle persone.
Così, vivere la politica come una continua demonizzazione dell’altro, come un pollaio governato da una litigiosità da condominio, non conduce al superamento dell’incertezza descritta da Bauman, ma a uno scivolamento collettivo verso una società-foresta hobbesiana dove ciascuno è lupo verso l’altro e vince solo chi ha i denti più affilati e più pelo nel cuore.
Poi, è vero: anche i lupi, a un certo punto, si accorgono che conviene creare patti e accordi piuttosto che rischiare la pelliccia ad ogni incontro. Ma è sperabile che questo avvenga prima che la società-foresta sia sparita. Insomma, tra velleitari e soloni, tertium non datur? Non è concessa una terza via?
Francesco Mattioli
