Viterbo – “L’ho fatta per conto mio. Micio, micio”. Una guida tascabile dedicata solo a San Pellegrino, il quartiere medievale della città dei Papi. Tra i più antichi in assoluto. L’autore è Renato Petroselli. L’ha scritta e stampata da solo. Cento copie in tutto. Il titolo. “Viterbo, città di antiche origini con oltre 2000 anni di nobile storia”. Sottotitolo. “Per alimentare la sfera dei sensi”. Un piccolo esempio di come si potrebbe fare per facilitare la vita a turisti e visitatori. Senza dover per forza ricorrere a internet.
“Sette schede – spiega Petroselli – dedicate a San Pellegrino. Per aiutare le persone a muoversi in una delle zone più antiche e belle della nostra città. C’è anche una piccola vite che tiene insieme i fogli con le descrizioni. Basta toglierla e si possono aggiungere riflessioni e appunti personali. L’ho fatta volontariamente. Per dare un piccolo contributo alla crescita di Viterbo. In appendice ci sono anche due mappe del quartiere. Passato e presente”.
Renato Petroselli adesso è in pensione. Parente di Luigi, sindaco di Roma dal 1979 al 1981, ha lavorato per la Rai e conosciuto Pier Paolo Pasolini. Ti ferma ogni volta che ti incontra. Una curiosità o un racconto. Sbuca fuori da un parcheggio oppure da un negozio. Nemmeno te ne accorgi. Al punto che talvolta pensi addirittura che non esista. Un minuto prima di vederlo infatti non c’era. Nemmeno nei paraggi. E stupisce ogni volta, con la sua barba bianca da cosacco e un accento viterbese inconfondibile. Purissimo e in quadrifonia.
La sua “calata” ha un ritmo tale che la voce sembra quasi tirar fuori suoni diversi contemporaneamente. Come Demetrio Stratos, il cantante degli Area. Solo che Renato Petroselli parla, cantando invece la voce. Suoni antichi. Forse i più antichi che si possano sentire a Viterbo. Basta aprire bene le orecchie, quando lo si incontra. Senza distrarsi, perché dal suo cilindro esce fuori sempre una sorpresa. Piacevole. Se poi perdi l’attenzione, ti richiama a sé, con piccoli gesti. Impercettibili. Una tiratina alla giacca, che proprio non te ne accorgi. In mezzo, dall’alto verso il basso. Appoggiandoti prima la mano sul braccio, facendo finta di spingere via qualcosa dalla spalla. Con un “pitalocco”.
Renato Petroselli è un uomo gradevole e cortese, orgoglioso delle sue origini, pronto alle novità e al confronto. Una persona per bene, innamorata della sua città, sinceramente. Ogni volta è sorridente. E ogni volta è piacevole incrociarlo.
“La guida l’ho fatta per conto mio – racconta Petroselli -. Micio, micio. Ci tenevo tanto”.
“Micio, micio”. Quando si vuole far capire che una cosa è stata fatta in maniera riservata. Il gatto che ha in testa un’idea. Per conto suo. Tenendola lontana da sguardi indiscreti finché non è tutto pronto. Si dice pure “sei del gatto”. Ma in tal caso vuol dire che sei spacciato. Il micio messo all’angolo, senza più via d’uscita. Con la possibilità, però, che ti salti addosso.
“Chi ha visto la guida – ha concluso Petroselli – m’ha detto subito perché ho messo la foto di piazza San Pellegrino coi festoni. Perché, gli ho risposto. Ma che domande so’. Perché nel medioevo c’erano! …dio caro”. Ironia gentile d’un tempo andato. Scherza Renato, come facevano i giovanotti di una volta. Quelli che poi, la sera, arrotavano i coltelli sui muri di Pianoscarano.
Alla fine Renato ride e ti saluta, allontanandosi a piccoli passi. Cantando la voce. Per le vie del quartiere San Pellegrino che Bruno Zevi, nella sua controstoria dell’architettura italiana, definì “pertinente e non pianificato, convincente, sanguigno e imprevedibile”. Un linguaggio capace di rispondere “a un’aspirazione di libertà popolare e democrazia. Stimolante anche nel terzo millennio”.
Daniele Camilli




