Viterbo – Business dell’immigrazione clandestina, 37 tra imprenditori agricoli, allevatori di bestiame e presunti intermediari davanti al gup Francesco Rigato del tribunale di Viterbo.
Sono gli indagati della maxinchiesta della procura su un presunto giro di falsi lavoratori stagionali, condotta dalla squadra mobile e coordinata dalla pm Paola Conti, che si è chiusa nel settembre 2016 con una raffica di 415 bis.
Un’udienza, quella di ieri, in cui le difese hanno mostrato le unghie, rinviata al 17 dicembre dal giudice per le eccezioni relative alla competenza territoriale sollevate dai legali degli indagati toscani.
Secondo la procura, gli imprenditori agricoli, con la complicità di intermediari, tra il 2012 e il 2014, avrebbero fatto arrivare in Italia lavoratori stranieri, per lo più pakistani, indiani e cingalesi, tramite finte assunzioni. Gli imprenditori avrebbero fatto richiesta di stagionali allo sportello per l’immigrazione. Così facendo però gli indagati avrebbero ottenuto il visto per gli immigrati e da loro intascato un compenso, solo per averli fatti entrare in Italia.
Una valanga gli indagati, 45, poi svesi a 37, tra le province di Viterbo, Arezzo e Siena, alcuni dei quali proprietari di centinaia di ettari di terreni e altrettanti animali.
Tra loro fece scalpore l’agronomo e presidente dell’università agraria di Blera, Luca Torelli, assistito in questa vicenda dall’avvocato Marco Russo, la cui posizione, come quella di altri, è stata successivamente archiviata. “Alla procura – spiegava nel marzo 2017 Russo – è servito solo l’interrogatorio a cui il mio assistito si è sottoposto, per capire che era totalmente estraneo ai fatti. E’ stato indagato, in qualità di agronomo, solo per aver mandato dei fax per conto di alcuni clienti che necessitavano di spedire alcune pratiche”.
Tra i viterbesi finiti nell’inchiesta, rischiano il processo: due allevatori di Blera, Pietro e Ciriaco Puggioni; Pietro Biagio Cherchi di Viterbo e Giovanni Delogu di Acquapendente.
Gli altri sono prevalentemente del Senese, da Abbadia San Salvatore a Radicofani, Pienza, San Quirico d’Orcia, Sarteano eTorrita di Siena.
Si tratta prevalentemente di allevatori sardi che secondo l’accusa, con la scusa della pastorizia, in cambio di 2500 euro a straniero, si sarebbero prestati a chiedere presso lo sportello unico per l’immigrazione decine di permessi di soggiorno per lavoro subordinato che avrebbero consentito di ottenere il visto ad altrettanti pakistani, indiani e cingalesi. Indagati anche tre indiani che avrebbero fatto da trait d’union con i connazionali. Tutti stranieri che, secondo l’accusa, sarebbero entrati in Italia senza avere né un alloggio, né un’occupazione.
L’inchiesta, condotta dalla squadra mobile su input del sostituto procuratore Conti, sarebbe scaturita da una serie di controlli incrociati con l’agenzia delle entrate per verificare se gli imprenditori italiani che avevano presentato domande sulla base della legge sui flussi avessero i requisiti per assumere.
“Sono domande di aziende che da sempre assumono stranieri per la pastorizia, gli asiatici sono particolarmente bravi, per cui è normale chiedere ogni anno un certo numero di lavoratori, alcuni dei quali non sono mai arrivati in Italia, nonostante fossero stati regolaremente autorizzati. L’assurdo è che, per la legge italiana, il solo fatto di avere presentato la domanda rientra nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione ed è un tentativo punibile”, ribadisce l’avvocato Franco Taurchini, difensore di un paio di indagati.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


