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Queste classifiche sulla qualità della vita hanno un valore relativo…

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – In un giorno imprecisato del 2018 un Angelo scese dalle nubi e con un tocco celestiale trasformò da un momento all’altro le sorti di Viterbo, rendendola città accogliente e responsiva per uomini, donne, bambini, giovani e anziani, migranti e forestieri, talché sembrava di vivere nelle più civili città del nord Europa.


 – Qualità della vita, Viterbo maglia rosa del Lazio


L’Angelo si scusò di non poter perfezionare più di tanto l’opera: “Eravate all’89esimo posto solo pochi mesi fa, nelle classifiche di disagio sociale di Italia Oggi” disse dolcemente “Vi porto all’11esimo, ma solo perché avevo promesso miracoli e conferme anche alle dieci città che vi precedono”.

E tuttavia, mi sentivo un verme. Avevo commesso una grave colpa: avevo acquistato un’auto nuova! Oddio, una delle meno inquinanti certo, ma pur sempre un’auto. Vi rendete conto che per avere l’egoistico piacere di andare nel weekend al mare o in collina, contribuivo ad inquinare la città? Che invece di attendere mezz’ora i bus della Francigena, mi prendevo il delirante lusso di usare l’auto per recarmi nei centri commerciali di periferia? Che potendo andare a Roma sui lenti e precari convogli di Trenitalia o i traballanti bus Cotral, mi intestardivo a prendere l’auto per godermi Villa Borghese, il Sistina o la Fiera?

Sono stato proprio un egoista peccatore a comprare quell’auto. Certo, è strano che Viterbo sia tra le città più virtuose per l’inquinamento atmosferico da polveri sottili e poi sia piena di automobili: è strano che tutte queste auto, nonostante l’aria fina, la penalizzino nelle graduatorie di qualità della vita. Sarà che Viterbo è una città ventosa, che disperde le polveri sottili? Boh.

Scrivo da anni (e lo ripeto nei convegni scientifici) che queste classifiche sulla qualità della vita hanno un valore relativo. Mi spiace per i colleghi statistici della Sapienza che hanno supportato l’indagine di Italia oggi, ma ci sono troppe cose che non vanno nel loro lavoro. Per carità, il balzo di Viterbo dal 64esimo al 48esimo posto inorgoglisce tutti, cittadini, amministratori passati e presenti, operatori economici, gente di cultura.

Ma spiegatemi un po’ una cosa: perché si usa come indice negativo il numero di automobili, che sono comunque un tratto del progresso, della liberazione dell’uomo, e non si tara quel numero con la percentuale di vetture a metano, ibride, elettriche o Euro 6? Come se l’automobile di per sé fosse uno strumento diabolico e ogni vettura fosse un agente inquinatore.

Forse i colleghi statistici sognano una decrescita felice a suon di carrozze a cavalli? O forse, bruciando i tempi, fanno un balzo in un avanti futuribile in cui tutte le auto si muovono da sole, come nelle società efficienti ma distopiche descritte da Bradbury o Asimov?

Ma soprattutto, qualcuno mi spieghi un’altra cosa. Il suicidio è un atto personale, individuale, che attiene alla biografia del singolo, certo. Ma uno dei padri più rispettati della sociologia, Emile Durkheim, notò che il “tasso” di suicidi dipende da situazioni sociali e addirittura ambientali.

Osservò che, ad esempio, nei periodi di maggiore ricchezza economica aumenta il tasso di suicidi perché aumentano le aspettative individuali, la competitività, insomma il “progresso” sembrerebbe creare più suicidi; inoltre, il clima mite diminuisce le tendenze suicidarie, tanto che in Nord Europa si suicidano più che sulle rive del Mediterraneo, nel nord Italia più che nel sud Italia.

Si sta parlando di suicidi cosiddetti “anomici”, cioè di quelli che oggi si imputano per lo più alla depressione, al cosiddetto “male di vivere”. Cioè a quelli che dovrebbero essere maggiormente contrastati da una buona “qualità della vita” in tutte le sue declinazioni. E allora, perché nelle città ai vertici della graduatoria si verificano più suicidi?

Non sarà che occorrerebbe rivedere un tantino i criteri con cui si scelgono gli indicatori di qualità della vita? Che nella vita umana non c’è solo efficienza dei servizi ma anche calore umano, colori della natura, senso individuale di appagamento e di felicità? E che anche questi “debbano” contare nel determinare la qualità della vita quotidiana degli individui?

Tra l’altro, poiché in realtà gli angeli non scendono notoriamente a cambiare le sorti della città con una bacchetta magica (successe a Sodoma e Gomorra, ma erano altri tempi), appare dubitabile e sospetto che nel giro di 12 mesi si stravolgano le condizioni di tante città, che “crollino” di venti posti o “risalgano” di altrettanti solo perché si è aperto un ufficio in più o si è chiuso per lavori un teatro, o perché il peggior nubifragio degli ultimi dieci anni ha fatto scoppiare le fognature.

La qualità della vita di una città è sempre un cantiere aperto, un progetto, un programma che si muove negli anni, con le lentezze della burocrazia e le velocità della fortuna o dei colpi di genio di taluni, e non ha senso pensare che si possano stravolgere nell’arco di un anno le sorti di una comunità. Certe rilevazioni dovrebbero essere fatte ogni tre o quattro anni, dando tempo ad una città di crescere veramente.

A novembre dell’anno scorso, a sentire le classifiche, Firenze era un luogo ameno (37esimo posto), oggi quasi una suburra (54esimo); ci sono stato tre mesi fa, era come l’ho lasciata nel dicembre scorso, anzi forse ancor più efficiente nella pulizia e nell’ordine del suo frequentato centro storico. Parimenti, quali cataclismi sono accaduti a Venezia, precipitata dal 41esimo al 62esimo posto e soprattutto a Vicenza, retrocessa dal quarto al 26esimo posto?

Pistoia e Ferrara, invece, hanno ricevuto notizie dal cielo, risalendo una ventina di posti ciascuna. Sempre l’anno scorso Viterbo doveva essere accuratamente evitata, oggi è diventata quasi appetibile. Ringraziamo il tocco di quell’Angelo, certo, ma dubito che si sia trattato di un evento reale, nel bene e nel male.

Francesco Mattioli


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