Bolsena – Tra i documenti riguardanti gli stranieri, ovviamente in netta prevalenza ebrei, internati in vari centri del Viterbese in seguito all’attuazione delle leggi razziali, ci è sembrato particolarmente significativo un fascicolo che, benché sia stata accumunata agli internati ebrei, non riguarda un’ebrea, bensì la Signorina Koopman Caterina di Jan e di Vestrik Caterina nata a Giava (colonia olandese) il 28 ottobre 1908 residente a Milano, internata dal ministero dell’Interno in data odierna (era l’11 marzo 1941) a Bolsena”, come scriveva il podestà della cittadina lacuale che molto probabilmente ignorava di chi si trattasse.
Con l’emanazione delle leggi razziali nel settembre 1938, di cui ricorre l’80esimo anniversario, si stabiliva tra l’altro il divieto di dimora in Italia per gli ebrei stranieri e la cittadinanza era revocata a tutti quelli che vi si erano stabiliti dopo il 1918.
Per l’attuazione delle leggi per la “difesa della razza” vi fu un coinvolgimento capillare delle realtà locali e in molti paesi vennero “internati” alcune migliaia di ebrei e, come è noto, non soltanto ebrei.
Possiamo supporre che anche il podestà di Bolsena restasse colpito dalla bellezza straordinaria e con qualche tratto esotico per i lineamenti orientaleggianti della donna, allora poco più che trentenne, nata da madre indonesiana a Salatiga nella Giava centrale.
Quella donna affascinante, soltanto poco tempo prima, conduceva tutt’altra vita: si era trasferita giovanissima a Parigi, grazie alla sua bellezza aveva conquistato la capitale dell’eleganza e raggiunto il culmine della carriera di top model avendo indossato per Coco Chanel, con la quale ebbe però un diverbio che pose fine al loro rapporto, e per altre elitarie case di moda come Rochas, Schiaparelli e Main Rousseau Bocher che sarà il suo preferito, apparendo spesso sulle pagine e anche sulla copertina di Vogue Paris: “Un vestito – diceva – non per piacere agli uomini, ma per sbalordire le altre donne”.
Una donna quindi ammirata per la bellezza coinvolgente, con un carattere stravagante e una vita di passioni lussuosamente libere che fu colpita dalla persecuzione totalitaria dell’orrore nazifascista.
Ella passò dal fascinoso mondo dell’alta moda all’internamento, ovvero la cosa peggiore che potesse capitare a una donna-immagine, icona dello stile, dalla quale traspirava la sensualità e il senso più appagante della libertà personale. La vicenda di Catharina “Toto” Koopman è emblematica perché manifesta questa insensata contraddizione, ovvero la “grande bellezza” incarnata che subisce una vera e propria scarnificazione nel campo di concentramento e ciò rende, se possibile, ancor più assurda e disumana quell’atrocità.
L’internamento consisteva nell’essere trasferiti coattivamente in condizione di isolamento in una località diversa e lontana dal luogo di residenza e con una forte limitazione della libertà individuale.
Distaccati dagli affetti, senza poter avere relazioni con gli abitanti del luogo, gli internati potevano uscire soltanto di giorno e non era possibile allontanarsi dal luogo assegnato senza un permesso rilasciato dalle autorità poiché non era consentito avere il passaporto o documenti equipollenti. Nella prima fase l’internamento in località diverse dai campi di concentramento fu attuato soprattutto per le donne.
Negli anni ’30 del secolo scorso “Toto” Koopman (Toto era il soprannome che aveva sin dall’infanzia e derivava dal nome del cavallo preferito del padre), era stata la protagonista di una vera e propria scossa per tutto il mondo: fu infatti la prima famosa modella birazziale (biracial), quindi di pelle olivastra: era metà giavanese e metà olandese, cioè una “olandese verde” come venivano chiamati quelli di “razza mista”, e quindi già per questo la sua famiglia era da evitare.
“Toto” non solo era particolarmente bella, ma intelligente e poliglotta, conosceva infatti fluentemente sei lingue compreso l’italiano, in più rapidamente divenne un vero e proprio simbolo di una femminilità moderna, libera e anticonformista dichiarando senza veli la sua bisessualità. Ebbe una giovinezza intensa per le varie relazioni, più o meno lunghe, con personaggi famosi del periodo.
Qualche domanda, di fronte a questa donna, se la saranno probabilmente posta anche nella sede comunale di Bolsena al momento di registrare l’internata e certificare il possesso di un vero e proprio tesoro di gioielli che l’elegante e raffinata signorina Koopman aveva con sé e di cui risulta agli atti un accurato elenco con tanto di dichiarazione del valore di ogni pezzo, poiché dovevano essere depositati vista la norma che proibiva agli internati “di tenere presso di loro titoli, gioielli, ed oggetti di valore”.
Dall’elenco dei gioielli possiamo citarne qualcuno tanto per dare un’idea: una collana di perle a tre fili con 204 perle e fermaglio con brillanti brasiliani (valore 10.000 lire), spilla in oro bianco tempestato di brillanti con n. 11 brillanti grossi (50mila), braccialetto in oro bianco con n. 45 pietre di rubini (7mila), braccialetto in oro con n. 26 pietre di zaffiro e n. 8 brillanti grossi oltre ai piccoli (30mila), portacipria in oro con due fascette di brillanti (30mila), anello di platino con grossa pietra di zaffiro Ceilon (80mila) e così via, per un totale di 314.500 lire, quando un bracciante agricolo guadagnava 7 lire al giorno, lo stipendio di un impiegato tra le 350 e le 400 e le “mille lire al mese” erano il sogno degli italiani.
Ma come era finita a Bolsena? Nel 1939 si era trasferita da Londra a Milano dove entrò in contatto con gli ambienti dell’antifascismo così, dopo una missione di spionaggio in Germania, entrò a far parte della resistenza e nel gennaio del 1941 fu arrestata dalla polizia italiana.
Trascorsi due mesi di prigione a Milano fu trasferita a Bolsena come internata dove giunse appunto l’undici marzo dello stesso anno. Dopo qualche tempo riuscì ad allontanarsi e si rifugiò nelle campagne nei pressi di Perugia dove continuò a impegnarsi nell’antifascismo. Successivamente si recò a Venezia dove nell’ottobre del 1944, pochi giorni prima del suo 36esimo compleanno, fu catturata di nuovo e condotta nel campo di concentramento di Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista, situato nella provincia del Brandeburgo, 90 chilometri a nord di Berlino: un luogo che ella descrisse come “l’inferno sulla terra”.
Qualche tempo prima che il campo fosse liberato nell’aprile del 1945, i nazisti lasciarono uscire diverse centinaia di prigioniere, tra cui la Koopman, affidandole alle cure della Croce Rossa in Svezia.
Un ex fidanzato, Randolph Churchill, andò a Göteborg e aiutò la denutrita e debilitata Catharina a ottenere, un nuovo passaporto e una parrucca per la testa rasata. La stupenda donna era irriconoscibile e decise di recarsi ad Ascona in Svizzera dove soggiornò per alcuni mesi di cure che le furono necessarie per ristabilirsi.
Durante la convalescenza conobbe l’esperta di arte Erica Brausen che divenne la sua compagna-amante e che lo restò per tutta la vita. Insieme aprirono a Londra la Hanover Gallery che divenne una della più importanti d’Europa. Inoltre la Koopman si laureò in archeologia all’Università di Londra e partecipò a diversi scavi.
Nel 1959 le due donne si trasferirono sull’isola di Panarea nelle Eolie dove acquistarono diverse proprietà e costruirono sei ville con giardini mediterranei terrazzati e vi restarono fino alla fine della loro esistenza. Catharina “Toto” Koopman morì nell’agosto 1991. Una biografia della Koopman è stata pubblicata in francese: Jean-Noel Liaut, La Javanaise, Ed. R. Laffont, 2011, che è stata tradotta anche in inglese con il titolo Many lives of Miss K: Toto Koopman – Model, Muse.
Antonio Quattranni




