Viterbo – (sil.co.) – Appalti truccati, Gabriela Annesi e Roberto Lanzi fanno appello contro la sentenza dello scorso 30 aprile.
Sono i funzionari del genio civile condannati rispettivamente a 3 anni e 9 mesi e a un anno e mezzo nell’ambito del processo per il filone principale della maxinchiesta Genio e sregolatezza.
Il ricorso è stato depositato ieri dai difensori Samuele De Santis e Carmelo Ratano alla vigilia della scadenza dei termini, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, raccolte dal collegio presieduto dal giudice Maria Luparelli in un tomo di 174 pagine (“Un preoccupante sistema di gestione degli appalti pubblici nel Viterbese”).
De Santis, in particolare, parla di “fallace assioma: sentenza prolissa-sentenza motivata”. “La corte – spiega – deve rifuggire dall’apparenza della corposità della sentenza, come si deve rifuggire dalla corposità della memoria di 720 pagine dei pm, in quanto entrambe figlie di una mole tanto infondata, quanto inopportuna”.
I legali tornano inoltre a puntare il dito contro le misure cautelari del 2012 per fatti del 2010. “Peraltro reiterate dopo essere state annullate, in violazione di qualsiasi principio dell’attualità della misura”, si legge nel ricorso alla corte d’appello.
E ancora: “Non vi è prova dell’accordo, di quale esso sia, di quando sia intervenuto, di chi ne sia stato parte, della possibilità che esso sia intervenuto, dell’atto amministrativo asseritamente manomesso, di artefazioni e collusività in merito al regolare svolgimento della gara”.
La Annesi è stata anche condannata a risarcire in solido col collega Roberto Lanzi due parti civili su quattro: 10mila euro al Comune di Vignanello e 20mila euro alla Regione Lazio.
“Non si è dedotta alcuna prova dell’avvenuto danno così come lamentato dalle parti civili costituite, in quanto la presunzione di danno d’immagine così come rappresentata in sentenza è sorretta da una motivazione del tutto apparente che non si concretezza in alcun articolo di giornale o pubblicazione che sia stata oggetto dl presente procedimento. Avrebbero dovuto, le parti civili o la pubblica accusa, dedurre la prova della propalazione mediatica dell’indagine così come portata all’opinione pubblica cosa che non esiste”.
Riguardo al presunto scambio di buste delle offerte che sarebbe avvenuto negli uffici del genio civile di via Marconi, ripreso dagli occhi delle microcamere nascoste installate dagli investigatori della procura: “Nessun approdo, nessuna intercettazione, nessuna prova… solo la convinzione che il video rammostrato attenesse alla gara d’appalto indicata, la busta maneggiata fosse quella della gara di Vignanello, i timbri (?) chiusi nella busta fossero quelli che servissero, tutti o alcuni mancanti, alla sostituzione”.
E sempre sul tema: “L’ipotesi avrebbe dovuto dimostrare non solo la consegna dei timbri, ma dell’offerta modificata già timbrata, ipotesi più probabile che affidare al funzionario pubblico la redazione di calcoli così complessi e soprattutto da concordare con le imprese dell’Ati”.
Ultimo, ma non ultimo: “In via preliminare, si chiede di dichiarare nulla la sentenza in quanto in violazione di nullità non sanate per omessa discovery a seguito di richiesta di giudizio immediato per mancato deposito delle registrazioni delle intercettazioni presso la segreteria del pubblico ministero così come eccepita in primo grado e disattesa dal collegio”.
