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Il bosco dei frati cappuccini, un posto sicuro e affidabile

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Viterbo - Il vecchio convento dei frati cappuccini

Viterbo – Il vecchio convento dei frati cappuccini

Viterbo - Il bosco dei frati cappuccini

Viterbo – Il bosco dei frati cappuccini

Viterbo – Per noi ragazzi (15-20 anni) era sacro. Per i nostri genitori un posto sicuro e affidabile, per le donne era tabù. In pratica uno spazio che poche altre parrocchie di Viterbo potevano vantare in quegli anni post bellici (1946 e successivi).

Il bosco dei frati Cappuccini, dietro la chiesa e il convento (demoliti nel 1962 per far posto ad un’altra struttura), era circondato da un muro invalicabile. Mi sono sempre rifiutato di vedere la lega, confinante con l’orto poiché mi faceva paura.

Quando i miei compagni più grandi raccontavano di averci fatto il bagno, io restavo ammutolito e intimorito. Gli alberi del bosco erano secolari, alcune querce datavano fine Cinquecento.

Tra l’erba incolta attecchiva una pianta selvatica a forma di ruchetta, dal profumo intenso e gradevole che non ho più ritrovato quando da grande sono ritornato in quel luogo.

Nell’unico spiazzo pianeggiante era ricavato un campetto di calcio, con terreno in leggera pendenza e accidentato, percorso per giunta da rigagnoli scavati dall’acqua piovana. Nella porta “di sopra” faceva da palo destro un albero di castagno non tanto grande.

In quella “di sotto” la stessa funzione era affidata ad una robusta quercia di circa un metro di diametro. Non esistevano i limiti del fallo laterale. La palla era sempre “buona”, per cui si poteva spaziare a volontà.

Si giocava normalmente con un pallone pesante numero 4 (con il “curiolo”), rattoppato e deforme che spesso veniva trattenuto dai rami degli alberi. Per recuperarlo lo prendevamo a sassate. Raramente potevamo disporne di uno nuovo, a meno che qualcuno di noi non lo avesse ricevuto in regalo nel giorno della prima comunione.

In tal caso, però, si guardava bene dal gettarlo nella mischia. Se lo teneva stretto e faceva giocare solo chi diceva lui. Per fare le squadre si procedeva alla conta che di solito veniva affidata a due tra i più bravi. In porta non ci voleva stare nessuno. Qualche volta ci giocavo io. Formammo una squadra di sette elementi, chiamata “I lupetti”.

Per le divise ricorremmo alle maglie bianche di lana caprina, che d’inverno tenevamo a pelle, su cui era stata cucita una striscia granata (a quel tempo la maggior parte di noi tifava per il Torino di Valentino Mazzola) Sul retro, il numero ritagliato a mano. Per le trasferte si consideravano i campetti limitrofi di San Pietro, Collegio Ragonesi e quello in fieri dell’ Oratorio di Santa Maria della Verità. Una volta andammo anche a Montefiascone a giocare contro i frati del locale convento dei Cappuccini. Arrivammo col treno a Zepponami e poi proseguimmo a piedi.

Poco distante dal campo di gioco del bosco c’era la porcareccia. I maiali che pascolavano, sempre col muso in terra, nel tardo pomeriggio venivano chiamati per il pappone dal frate cuoco o da un inserviente che batteva violentemente il pugno sulla lamiera della porta, utilizzata a mo’ di gong.

I maiali riconoscevano il suono e si scatenavano in una corsa frenetica. Per raggiungere il trogolo convergevano al centro, attraversando il campo con noi intenti a giocare.

Li prendevamo allora a pallonate perché interrompevano le nostre azioni. Nel bosco c’erano anche una casetta-stalla e una piccola cappella con l’immagine della Madonna.

Un cancelletto separava il bosco dallo spazio destinato alla siesta e alle passeggiate dei frati. Doveva restare sempre chiuso, altrimenti i maiali sarebbero “scappati”. Quando nel primo pomeriggio irrompevamo nel convento e di corsa raggiungevamo il campetto di calcio, nessuno voleva chiudere il cancelletto che pertanto rimaneva aperto malgrado le raccomandazioni dei frati. Per impedire che ciò avvenisse dovevamo gridare “l’ultimo chiude!”.

Ovviamente l’ultimo sarebbe stato anche ultimo a giocare. Un giorno padre Camillo, il frate cui noi tutti eravamo affidati, mi sospese per tre giorni poiché non ero andato in chiesa alla funzione serale. Dopo un giorno di forzato “esilio” mia madre fu costretta a telefonare al frate per farmi riammettere. Entrai nel bosco a testa bassa. Padre Camillo era seduto su un ciocco all’ombra di una quercia. Mi chiamò, mi dette un santino e mi ammonì di non farlo più.

Vincenzo Ceniti
Console Viterbo Touring Club


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