Oriolo Romano – Lui è un traduttore egiziano poco più che ventenne, lei una donna italiana già prossima alla quarantina. Si conoscono e si innamorano a capodanno del 2008, incontrandosi per la prima volta nel tempio buddista frequentato da entrambi.
Tra loro ci sono 17 anni di differenza. Ciononostante e nonostante il rapporto sia costellato di liti, finisce che si sposano trasferendosi da Roma a Oriolo Romano. Dove però nel 2015 il matrimonio della coppia naufraga nel peggiore dei modi, con il marito, oggi poco più che trentenne, finito sotto processo per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate davanti al giudice Silvia Mattei.
Ieri è toccato ai testimoni della difesa, tra i quali un addetto dell’ambasciata dell’Arabia Saudita a Roma, della quale è dipendente l’imputato, d’origine egiziana ma cresciuto e laureatosi nella capitale, con il ruolo di traduttore.
“All’epoca ero un suo superiore e ho dovuto riprenderlo spesso – ha detto il testimone – perché la moglie gli telefonava anche 20-30 volte al giorno, costringendolo a interrompere il suo lavoro che, come è facile immaginare, è particolarmente delicato e tratta dati sensibili. Ha rischiato perfino di venire licenziato per un errore dovuto alla distrazione. Il tono di voce della moglie, poi, era sempre troppo alto, si sentiva in tutta la stanza. Siccome l’avevo conosciuta al loro matrimonio e l’ho rivista altre volte, lo dissi anche a lei, che non era il caso di continuare così. Col passare del tempo, lui diventava sempre più stressato e taciturno. E’ tornato socievole dopo che si sono lasciati”.
In aula anche un amico di vecchia data dell’imputato: “A 19 anni ero fidanzato con una sua compagna di università. Stavamo sempre insieme, si andava a ballare, a teatro. Poi si è messo con la futura moglie e lei ha cominciato a vietargli di frequentarmi, perché ero single e la sera mi piaceva andare nei locali. Lo opprimeva. Per due anni non ci siamo più visti, né parlati. Con lei abbiamo perfino avuto dei battibecchi su Facebook. Da quando è finito il matrimonio, siamo tornati assidui amici”.
Dall’ex suocero 64enne l’ultima stoccata alla presunta vittima, che si è costituita parte civile così come il centro antiviolenza Erinna cui la donna ha chiesto aiuto.
“Non sono nemmeno andato al loro matrimonio. Lei lo ha spinto a denunciarmi solo perché in una mail invitavo mio figlio a essere più gentile e affettuoso con al madre. Era lei che lo allontanava, da noi genitori, dai parenti, dagli amici, dai colleghi di lavoro, da tutti. Tra loro era una lite continua e lei gli faceva sempre più il vuoto intorno. Quando si sono sposati è stata lei a volersi trasferire daRoma a Oriolo Romano, obbligandolo a fare il pendolare, quando avrebbe potuto recarsi al lavoro a piedi. Io volevo la felicità di mio figlio, ma non era una convivenza serena”, ha detto il padre dell’imputato.
“Lei era una che gettava sempre fango su tutti, dall’ex marito alla figlia, agli altri compagni che aveva avuto, ai suoi stessi genitori. Mio figlio invece è un bambinone, una persona pacifica con tutti. Per questi motivi ho detto no al matrimonio e non ho partecipato alle nozze”, ha concluso l’ex suocero della presunta vittima.
Al termine dell’udienza, il processo è stato rinviato al 10 maggio per la sentenza.
Silvana Cortignani
