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“Il governo? Veramente e assolutamente deludente”

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Oscar Farinetti

Oscar Farinetti

Viterbo – “Siamo tutti torri di Pisa… pendiamo un po’ e l’importante è non cadere”. Oscar Farinetti, patron di Eataly, arriva al teatro Caffeina questa sera alle 21 con la sua “Storia dei sentimenti umani” nell’ambito al festival della cultura dei Cimini. E’ qui che presenterà il libro di poesie “Quasi”, un elogio dell’imperfezione che ne rovescia completamente la connotazione negativa.

Fra reading e poesie si mescoleranno l’indagine profonda sullo spirito dell’umanità, il legame e il rapporto con la terra, la cura e l’attenzione per i prodotti di qualità. Sul palco, con lui, ci sarà la direttrice del teatro Caffeina Annalisa Canfora ad accompagnarlo con letture e interpretazioni.

Quando scopre di essere un poeta o, come dice lei, un quasi poeta?
“Da parecchi anni – dice Farinetti – e cioè da quando frequentavo Tonino Guerra tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000. Ho passato due o tre anni insieme a lui perché facevamo la pubblicità di Unieuro, quella sull’ottimismo. Tonino è un grandissimo poeta, lui leggeva sempre le sue poesie e mi incitava, dicendomi che ‘perfino un cretino come me’ può mettere vicino a quello che fa un po’ di poesia e mi prendeva in giro. Sosteneva che la poesia fosse la cosa più bella della vita. Da lì ho iniziato a scribacchiare un po’ di cose e poi ho continuato, sempre nel mio modo leggero e molto semplice”.

Dice che chi la conosce sa che è “quasi un uomo grande, quasi un marito, quasi un padre, quasi un nonno, quasi un imprenditore, quasi un politico, quasi uno che scrive e un quasi poeta”. Cosa le manca per essere completo?
“Niente, perché tutti sono quasi. La mia è una provocazione per dire che siamo tutti quasi e che non esiste la perfezione. Chi immagina che si possa essere un padre perfetto, un marito perfetto, un uomo perfetto, un imprenditore perfetto e uno scrittore perfetto immagina il falso, una stupidaggine. Siamo tutti torri di Pisa, pendiamo un po’ e l’importante è non cadere, gestendo la nostra imperfezione. Bisogna rendersi conto che c’è una marea di cose che non decidiamo noi: nessuno di noi decidere come, da chi o quando nascere. Non decidiamo il nostro sesso o il nostro orientamento sessuale, praticamente, tutta la parte primordiale della nostra vita. Poi sbagliamo tanto e chi non se ne rende conto, secondo me, non può vivere una vita in armonia con gli altri. La ricerca della perfezione è un alibi per non esprimere fiducia verso gli altri e la ricerca della perfezione in sé stessi è un alibi per non avere fiducia in sé. Quelli che si dichiarano perfetti nelle singole cose che fanno, a me, non sono simpatici”.

C’è una poesia dal titolo “Dicono che”. Ecco, di lei dicono che…?
“Di tutti dicono qualcosa. Oggi purtroppo viviamo in un ambiente strano, in cui il popolo italiano, mediamente, incomincia a parlare con questa espressione. Il popolo americano inizia a farlo con ‘maybe’ e cioè forse, quello giapponese con ‘scusa’, i vichinghi e i nord europei lo fanno con ‘grazie’. Ognuno ha un suo modo. E’ molto brutto che in un’epoca in cui ci sono tutti gli strumenti digitali per sapere la verità, si sia, invece, così approssimativi. I “dicono che”, soprattutto nell’ambito online, sono diventati distruttivi, nel senso che c’è gente che si inventa fake news. Nella mia poesia, c’è questa persona che sostiene che, ‘in Rete, le opinioni contino più dei fatti’ e, le opinioni, raccontate a oltranza, diventano esse stesse fatti. E’ una roba brutta e qualcosa su cui molti popoli del mondo stanno sbagliando e in particolare noi italiani che siamo piuttosto inclini al pettegolezzo. “Dicono che” lo portiamo all’ennesima potenza”.

All’inizio del libro fa delle domande con l’intento di provocare dubbi nei lettori. Ce n’è una in particolare: “Di fronte a un problema quanto tempo dedicate a lamentarvene e quanto a risolverlo?” Secondo lei, noi italiani passiamo più tempo a lamentarci dei problemi o a risolverli?
“La risposta è semplicissima, tutte le indagini ufficiali dimostrano che quello degli italiani è uno dei popoli più lamentosi al mondo che dedica poco tempo alle soluzioni e molto a lamentarsi. Ma perché è un linguaggio che è diventato abbastanza ufficiale, anche nei talk televisivi dove tutti denunciano e fanno inchieste. Pochissimi parlano di soluzioni, anzi nel farlo si diventa anche antipatici. E’ incredibile che il popolo che, senza volerlo, ha avuto la fortuna sfacciata di nascere nel più bel paese del mondo con 53 patrimoni Unesco, il 70% del patrimonio artistico della terra e la più grande biodiversità del mondo si lamenti eppure lo facciamo e questo è terrificante. Un vizio italico da sgominare”.

Tra le poesie c’è Grazie papà. E’ bello quando dice che “sempre ha sentito il suo azzurro addosso”. Cosa deve a suo papà?
“Intanto, aveva gli occhi azzurri ed era un bell’uomo a differenza di me – scherza – e quell’azzurro addosso è riferito ai suoi occhi. Lo sentivo così, anche se mi parlava e mi guardava poco. Questo perché era un uomo degli inizi del ‘900 e c’era questo rapporto con i figli abbastanza austero e di non troppa confidenza, tuttavia di grandissimo amore ed esempio. C’è un mantra nel testo ed è ‘… e continua’. Vuol dire che malgrado il fatto che lui non ci sia più, tutti questi sentimenti e queste sensazioni, dentro di me, continuano. Li ricordo veramente bene e continuo a risentire l’emozione di quando stavo con lui. Considero che un sano rapporto di stima tra un padre e un figlio debba continuare anche dopo che un padre non c’è più. E’ una poesia che emoziona molto quando la leggo nei teatri”.

In Razza italiana dice che “siamo egoisti, pessimisti, balordi e approssimativi. Porca miseria, abbiamo fatto il mondo dove è finita la curiosità? Fermiamoci respiriamo forte, smettiamola di dire parole storte”. Quali sono queste parole storte che vengono dette?
“Le parole storte sono per esempio elencare sempre i difetti del nostro paese, le cose che non vanno, ma anche il fatto di non stimarsi e di non avere fiducia. La parola più storta di tutte è ‘io non mi fido di nessuno’. Quella stortissima è dire ‘non si può’, non si può a qualsiasi idea o novità. L’altra parola storta è dire ‘come siamo caduti in basso’, o ‘me ne frego’. Sono quelle con cui dichiariamo guerra all’Europa e con cui ci isoliamo dal resto mondo.

Siamo stati, per molti secoli, il paese più innovativo del mondo, con Marco Polo abbiamo scoperto tutto l’Ovest con Colombo tutto l’Est. Durante la storia di Roma antica abbiamo conquistato mezzo mondo, abbiamo inventato l’ingegneria e gli acquedotti, il vino, il cibo e abbiamo l’agricoltura moderna. Siamo stati proprio avanti e adesso siamo caduti in una sorta di noia, abbandono e sfiducia generale. Di pessimismo, che equivale a pensare che i problemi non si possono risolvere. Se un popolo pensa questo, ingigantisce i problemi e non dedica molto tempo alle soluzioni allora dice parole storte”.

In una poesia afferma: “Preferisco aiutare, giudicare non mi piace. Ma se mai fosse vi prego prestatemi il vostro metro. Altrimenti non saprei che dire”. Dovendo giudicare il governo, davvero non saprebbe cosa dire?
“In generale – dice – preferisco aiutare piuttosto che criticare. Questo governo è veramente e assolutamente deludente. Deludente sotto il profilo della performance, della professionalità e dello studio. Pensiamo all’atteggiamento che ha nei confronti del Ceta, sullo scambio di merci tra l’Europa e il Canada, un dilettantismo totale per cui, secondo me, nemmeno lo hanno letto visto che è un accordo che ci crea una marea di vantaggi e addirittura è stato detto, con linguaggio molto dittatoriale e fascista, che saranno rimossi i funzionari che ne parleranno bene. Poi l’atteggiamento sui vaccini e i ritardi mostruosi dopo il disastro di Genova.

Tanti proclami e accuse terribili a tutti per cui è sempre colpa degli altri. Non mi piace lo stile, anche se, come sempre, all’interno di gruppi di persone, c’è gente più in gamba. Mi piacerebbe però che si affrontassero i problemi veri, innanzi tutto creando scenari favorevoli per i posti di lavoro e non li vedo. Non mi piace poi questa lotta contro l’immigrazione dei popoli in maniera così sovranista e non mi piacciono le parole tipo ‘me ne frego’ o ‘tireremo dritti’ e nemmeno questo clima di dichiarazione di guerra all’Europa.

Ho ascoltato questo governo e non l’ho giudicato prima, perché lo faccio solo dopo che le cose vengono fatte. Adesso, dopo sei mesi, veramente non vedo niente e soprattutto non vedo il cambiamento. Detto questo, mi piacerebbe aiutare e continuo a farlo, non il governo ma gli italiani, cercando di creare nuovi posti di lavoro e di esportare le eccellenze italiane”.

In Mannaggia parla di falce e martello, pugno chiuso e braccio teso. Di Lenin e Tse-Tung. Nostalgia di una sinistra che nel nostro paese non c’è più?
“Era una gran bella atmosfera allora, mi piaceva da pazzi. Un’atmosfera di fratellanza e c’erano sentimenti molto buoni come quelli di aiutare i più deboli e darsi da fare. La politica in quel periodo si faceva col ciclostile, ci si macchiavano le mani con l’inchiostro e non c’erano soldi. Poi, sia da una parte che dall’altra, è stata presa una piega molto più riferita a sé stessi che non agli altri. Ancora adesso, quando vedo questi giovani in protesta, li comprendo e mi piacerebbe discutere con loro, senza far cadere parole dall’altro, dall’esperienza, ma cercando di sentirmi  giovane. Il problema, però, è che giustamente loro non vogliono farlo perché appartengo alla categoria dei padroni e degli imprenditori. Li comprendo in questo senso ed ecco perché dico mannaggia”.

Il Pd invece come sta gestendo questa fase?
“Il Pd è in difficoltà come tutti i partiti che hanno preso una scoppola dopo la quale ci vuole un po’ di tempo per riprendersi. Un po’ come è accaduto alla Lega con la vicenda, ancora più grave, dei soldi pubblici usati per interessi privati quando presero una scoppola enorme e scesero al 4 per cento. Ci hanno messo diversi anni per risalire, ma poi, col loro modo di fare e il loro linguaggio, ce l’hanno fatta.

Il Pd deve fare uguale, aspettare un attimo e riorganizzarsi e cercare all’interno un leader nuovo. Il Pd è rimasto l’unico partito con più voci all’interno e questo lo giudico positivamente. Non aspetto l’uomo forte con la frase magica per risolvere i problemi, ma preferisco partiti in cui ci sono all’interno dei dubbi e anche delle visioni diverse. Il Pd per me continua a essere un partito di riferimento, anche se non sono tesserato. Non mi piace solo quando assume gli stessi linguaggi degli altri. Non si può perdere tempo a vedere cosa ha fatto il padre del tuo avversario… perché lo hanno fatto gli altri e, siccome, lo abbiamo giudicato sbagliato e una cosa vigliacca e schifosa, non dobbiamo usare lo stesso metodo. Dobbiamo essere diversi, usare un linguaggio diverso e moderato per dare soluzioni”.

Vede tra i candidati alla segreteria nazionale un possibile sostituto a Renzi che lei ha definito “un fuori classe”.
“Renzi è stato molto bravo e poi, evidentemente, ha sbagliato non tanto nella sostanza e cioè in cosa ha fatto per il paese. Non è riuscito magari a cogliere uno scenario per cui doveva tenere linguaggi diversi, soprattutto nel referendum, che è stata la disgrazia del paese. Quel referendum aveva veramente l’impostazione giusta seppur migliorabile. Il 4 dicembre, invece, è stato un casino. Adesso serve un leader nuovo ma che assuma quel linguaggio moderato e quel modo di fare politica che cerca soluzioni e risolve problemi e che non veda le relazioni tra le categorie umane all’interno del paese come una lotta tra classi. Non c’è più questa roba qui. La vera discriminazione è tra altruismo ed egoismo e rivendico la supremazia del primo. Tutti i candidati sono persone valide e perbene, quindi, che vinca l’uno o l’altro non cambia molto. Tuttavia, ci vorrà ancora del tempo prima di riprendersi”.

Sul caso del ladro ucciso nell’Aretino, Renzi ha detto che Salvini fa lo sciacallo e non il ministro. Condivide?
“Nella sostanza, non ha torto perché l’impressione che ho io è che sfrutti un po’ questi eventi per cavalcare la sua idea di sicurezza che è diversa dalla nostra. Ritengo dunque ci sia un uso strumentale di certi fatti. Non mi piacciono invece le parole che Renzi usa e che sono le stesse che usano gli altri”.

Afferma: “Mi basta il quasi, perché ritengo sia il massimo a cui sono in grado di giungere, in tutti i campi. Per essere fondatore di colossi commerciali come Unieuro, Eataly e Fico mi pare un buon quasi il suo.
“C’è una visione negativa del quasi, mentre invece ho scritto questo libro proprio per convincere le persone dell’accezione veramente positiva del termine, visto che per me è davvero impossibile raggiungere la perfezione anche nelle mie imprese e in tutto quello che abbiamo combinato. Certo, è stata una cavalcata grandiosa… in soli 11 anni arrivare ad avere 42 Eataly nel mondo e più di 8mila collaboratori… è stato un successo clamoroso, tuttavia potevo fare meglio. E’ stato un bellissimo quasi”.

Come si fa a essere un “quasi Farinetti?”
“Penso non sia nemmeno giusta questa menzione… è comunque utile preferire i dubbi alle certezze e di fronte a una cosa che non funziona bisogna sempre chiedersi dove hai sbagliato tu, piuttosto che giudicare dove hanno sbagliato gli altri. Leggere il più possibile, specie la storia, e andare a vedere come si sono comportati gli umani prima di noi, perché problemi e atmosfere si ripetono e questo porta prima a risolvere i problemi. Infine, lavorare tanto… never, never, never give up e cioè mai mollare. In un progetto bisogna dedicare tanto all’analisi per studiare bene lo scenario e non prendere la strada sbagliata. Bisogna individuare le brecce, se ci sono cioè delle vie in cui infilarti per creare un progetto vincente che deve avere tre caratteristiche: deve essere buono per te, buono per gli altri e buono per il pianeta. Deve essere di rispetto”.

Paola Pierdomenico


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