Viterbo – Diversamente dalle classifiche sfornate annualmente sulla qualità della vita, che mostrano evidenti carenze metodologiche, il rapporto del Censis sulla situazione del Paese, pur lavorando sui dati statistici, si avvale di una lettura e di una interpretazione dei dati più propriamente socioantropologiche.
Queste invitano ad appassionarsi alle problematiche della nostra società italiana piuttosto che assecondare la mania per le classifiche di un uditorio abituato a ragionare in termini di parte destra o sinistra della graduatoria.
Il rapporto illustra tendenze in atto ormai da qualche tempo e, sintetizzando all’osso, induce soprattutto a tre constatazioni di natura prettamente sociologica, e senza forzature ideologiche di sorta.
La prima riguarda la già nota, ma pericolosamente reiterata tendenza degli italiani alla competizione interindividuale, alla difesa del proprio sé, all’egoismo a protezione di un’autostima in continua crisi di astinenza. In tal caso, l’Altro è spesso visto come un competitor, un pericolo potenziale per la propria autoaffermazione, la propria sicurezza o la propria libertà di azione; altro che Buon Samaritano, l’italiano medio forse se la cava con un frettoloso contributo a Telethon, ma poi si getta di nuovo nella giungla quotidiana sguainando il machete sul posto di lavoro, nel vicinato, allo stadio o al semaforo.
Ovviamente, i primi ad andarci di mezzo sono quelli più facili da colpire, verso i quali è più facile trovare giustificazioni alla propria condotta aggressiva. Non voglio semplicemente riferirmi agli stranieri, o meglio agli immigrati; che ne dite piuttosto degli adulti sempre pronti a demonizzare il ”comportamento dei giovani d’oggi” come se questi venissero da Marte e la loro condotta non dipendesse dalle contraddizioni della società che gli hanno apparecchiato i loro genitori…
La crisi dei matrimoni – in specie religiosi, più vincolanti e meno simili ad un contratto – e la crescita costante delle convivenze, con la parallela contrazione delle nascite, nascono dalla stessa sorgente. Lo stare insieme comporta doveri, responsabilità, limitazioni, accomodamenti reciproci che oggi vengono visti come veri e propri attentati alla propria realizzazione individuale.
Basta poco per far entrare in crisi un rapporto di coppia: dover rinunciare ad una partita di calcetto, all’ebbrezza di dove sembra portarti d’improvviso il cuore o ad una opportunità di carriera ti fa subito vedere nel partner un ostacolo, una insopportabile frustrazione per il proprio io. Per non parlare dei figli: troppi problemi, troppe responsabilità, troppe rinunce. Ce ne sono già abbastanza da sopportare per assumersene altre.
Il secondo punto riguarda l’accesso all’informazione. Il rapporto del Censis conferma una tendenza ormai in atto da diversi anni, che vede l’allargarsi del numero delle fonti a discapito del loro approfondimento. Che aumenti l’accesso alle fonti e ai portali online e si verifichi un crollo della stampa quotidiana comporta inevitabilmente che la notizia non venga approfondita e risultino scarsamente attraenti le lunghe tiritere degli articoli di fondo; che il dibattito politico si svolga a colpi di slogan e di twitter; che l’immagine sia preferita all’argomentazione.
Ho imparato dai miei amici giornalisti televisivi – male, lo dimostra questa mia lunga disquisizione – che se si vuole ottenere un uditorio occorre cavarsela con poche battute; possibilmente urlate; possibilmente provocatorie anche al di là del vero. Sarà per questo che di rado chiamano i sociologi nei talk show…
Non inganni inoltre l’apparente ridimensionamento della televisione a favore della radio e del web; ormai l‘offerta mediatica è polivalente e polisemica e la capacità denotativa, descrittiva ed evocativa delle immagini corredate da semplici supporti verbali è più che sufficiente a farci sentire informati.
Il terzo punto. Lo asserisco senza enfasi e senza la stantia retorica di chi dogmatizza il politicamente corretto.
Tutto questo ci può portare dritti ad una singolare società autoritaria, dove prevale una retorica orizzontale, giocata al ribasso, a poche parole d’ordine, al qualunquismo di una certa sindrome nimby (fate quel che volete, basta che non lo fate nel mio giardino), alla soddisfazione di meri consumi materiali alimentati nella stretta cerchia delle quattro mura del proprio io, a cupole politiche fuori controllo capaci di manovrare i bisogni e persino la costituzione attraverso un sapiente uso della comunicazione di massa.
Che se ne rendano conto, i partiti politici.
Se ne rendano conto quelli in estinzione, che non capiscono che c’è anche bisogno di ordine, di chiarezza, di semplicità, di identità socioculturale, che non possono continuare a fare i maestrini del politicamente corretto e a scandalizzarsi se un signor Rossi dopo trenta furti perde la pazienza, che i doveri camminano assieme ai diritti, che il medico pietoso fa la piaga purulenta, che se accogli e non integri crei solo un colosseo, che se non dai lavoro la libertà diventa solo noia e si trasforma in licenza.
E se ne rendano conto anche i partiti che oggi sono di successo, perché domani in piazza – Parigi docet – non troveranno solo bombaroli pseudoproletari negazionisti di tutto, ma anche i borghesi che hanno bisogno di lavoro, consumi a costi contenuti, risparmio, pensione, mutui a tassi bassi, protezione sanitaria, domeniche di divertimento, voglia di sorridere e che appena li toccherai troppo da vicino nei loro interessi riscopriranno l’irresistibile fascino della cultura della libertà. Magari espressa in modo anarchico e confuso, ma quanto basta per mettere in ginocchio una nazione.
Forse, un mix di buon senso, di responsabile onestà estesi dall’Alpi alle Piramidi, piuttosto che di furori iconoclasti, non guasterebbero. Il fatto è che la gente si è stufata di politici arraffoni, dilettanti allo sbaraglio, ideologici dell’opportunismo, equilibristi e parlatori, no-qua e no-là e trova le alternative solo in chi si presenta “tutto chiacchiere e distintivo”.
Amen.
Francesco Mattioli
