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Befana, azzurri e donne allo stadio

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – La maglia azzurra agli atleti della nazionale la portò la Befana il 6 gennaio 1911.

In una giornata con la neve che aveva imbiancato lo stadio di Milano, il colore azzurro indossato dai calciatori italiani al posto dell’usuale bianco servì infatti a meglio distinguerli sul campo.

Persero contro l’Ungheria uno a zero, ma col trucco, perché segnò un giocatore che, d’accordo coi suoi dirigenti, s’era presentato sotto falso nome. Anziché a tirare in porta in Italia, avrebbe dovuto essere in servizio militare a Budapest.

Qui, nella capitale ungherese, gli italiani, all’andata, avevano perso ma per sei a uno e – racconta Antonio Ghirelli nella sua Storia del calcio – “furono stupiti che tra i quindicimila spettatori fossero numerose le donne, usanza che in Italia prese piede solo dopo molti anni”.

Oggi, dopo più di un secolo, stesso stupore ma in Arabia, dove per le nostre tifose non sarà facilissimo andare ad assistere alla finalissima di Supercoppa tra Juventus e Milan mercoledì 16 gennaio nello stadio King Abdullah di Gedda.

Una violenza di genere che si aggiunge a quelle fisiche e razziali cui le cronache ci hanno abituato. Le gare sportive, è vero, portano di per sé, e non potrebbe essere altrimenti, rivalità, competizione, sfoghi e scontri dentro e fuori gli stadi.

“Nel football la sfumatura tra forza e violenza è assai sottile” scriveva Ghirelli che oltre ad essere stato direttore del Corriere dello Sport fu portavoce dello sportivissimo presidente Pertini, quello dell’esultanza per la vittoria azzurra di Madrid nel 1982. Ma si riferiva alle reazioni dei tifosi alle decisioni degli arbitri che devono “giudicare in un lampo ciò che accade in campo”.

Le ingiustificabili violenze di oggi, però, non sono opera di gente accecata da folcloristici lampi arbitrali.

Renzo Trappolini


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