Viterbo – (ma.ma) – “Dobbiamo imparare a essere più bravi nel proporre insieme ai nostri prodotti anche il nostro territorio”.
Il presidente della Confederazione italiana agricoltori Fabrizio Pini guarda al futuro. Il suo è un incentivo per puntare non solo sulla qualità dei prodotti agricoli, ma anche sulla bellezza del territorio. “Abbiamo territori bellissimi da far visitare e da far gustare insieme ai prodotti che produciamo”.
Da un punto di vista dei bilanci, per Fabrizio Pini, a livello produttivo nel 2018 ci sono stati degli alti e bassi, mentre il bilancio sindacale – politico è positivo. “Se pensiamo che erano anni che dovevano essere ammessi a finanziamento contributi per aziende agricole – sottolinea – possiamo dire che tutto sommato è un anno positivo. Penso a obiettivi raggiunti come le misure per gli investimenti, le filere, i contributi per l’olivicoltura, quelli per la castanicoltura e i risarcimenti per i danni da fauna selvatica”.
Il problema rimangono le difficoltà climatiche. “Dobbiamo cercare di continuare il nostro lavoro e far fronte alle condizioni climatiche che incidono sulla produzione”.
E poi l’augurio per il 2019. “Dobbiamo unire gli agricoltori sul territorio. Bisogna aggregarsi ancora di più per incidere come settore primario”.
Come sono stati questi ultimi 12 mesi da un punto di vista produttivo?
“Da un punto di vista agronomico ci sono stati degli alti e bassi. Per quanto riguarda l’olivicoltura abbiamo avuto nelle aree di Tuscania e Canino un’ottima produzione. Per la castanicoltura è stata un’annata da dimenticare e infatti fortunatamente la Regione ha stanziato dei fondi a sostegno di questi settori. Per le nocciole è andata abbastanza bene sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Restano però un po’ indietro con i prezzi che si attestano intorno ai 200 euro a quintale. Infine le viti hanno avuto degli alti e dei bassi a secondo della zona.
Diciamo che abbiamo iniziato il 2018 con nevicate, gelate, nubifragi e poi vento forte. Tutti fattori che hanno inciso sulla produzione. Però io dico che, anche se gli eventi atmosferici mettono a dura prova, il lavoro dell’agricoltore è quello di rimboccarsi le maniche. E noi sappiamo farlo”.
Per quanto riguarda invece un bilancio da un punto di vista politico – sindacale?
“Il bilancio da un punto di vista sindacale – politico è positivo. Se pensiamo che erano anni che dovevano essere ammessi a finanziamento contributi per aziende agricole, possiamo dire che tutto sommato è un anno positivo. Poi penso ad altri obiettivi raggiunti come le misure per gli investimenti, le stesse filere, i contributi per l’olivicoltura, quelli per la castanicoltura e i risarcimenti per i danni da fauna selvatica. Naturalmente si può sempre fare meglio e noi siamo sempre attenti su come la Regione intende investire nel settore.
C’è comunque cooperazione sul territorio tra i vari enti. L’aggregazione tra le varie componenti sindacali porta a risultati positivi. Bisogna cercare sempre mediazione e mai lo scontro. Tra persone civili si trovano sempre soluzioni”.
A livello di aziende agricole qual è il quadro del nostro territorio. Quali i prodotti trainanti nel 2018?
“Come provincia siamo fortunati. A livello produttivo abbiamo una grande varietà di prodotti e ottima qualità. Se pensiamo all’olio abbiamo una produzione sparsa in tutta la provincia da Blera fino a Canino, passando per Vetralla. Siamo quindi rappresentativi su tutto il territorio provinciale. Le nocciole prevalgono nella zona dei Cimini. Poi abbiamo un’ottima produzione cerealicola tra Tarquinia e Tuscania. Nell’area della Teverina non sono da dimenticare le aziende che producono vino.
Forse abbiamo solo un problema da risolvere: dobbiamo imparare a essere più bravi nel proporre insieme ai nostri prodotti anche il nostro territorio. Questo forse ci manca. Dovremmo vendere oltre a un prodotto di qualità anche un pezzettino del territorio. Ne ho avuto la dimostrazione in un convegno nazionale di giugno sull’olio: centinaia di persone sono venute, si sono innamorate della città e vorrebbero tornare a visitarla. Questo significa che noi non abbiamo solo prodotti di qualità, ma anche territori bellissimi da far visitare, da far vedere e da far gustare insieme ai prodotti che produciamo”.
Per quanto riguarda la produzione di nocciole, è temibile l’invasione da parte di quelle turche?
“L’invasione da parte delle nocciole turche c’è sempre stata. Purtroppo quello che noi produciamo in Italia, che è intorno a 1 milione di quintali, non è sufficiente per il consumo che ne facciamo. Quindi l’importazione da parte della Turchia è sempre avvenuta. Non dimentichiamo che noi abbiamo la multinazionale Ferrero che è costretta ad acquistare da Paesi terzi, come Turchia ma anche Cile, Georgia, Azerbaigian. E la stessa Ferrero sta investendo anche in aree come quella del sud Africa. Questo comporta l’aumentano dei consumi perché si allargano i mercati.
Il problema quindi non è se facciamo importazioni ma che tipo di importazioni facciamo. In sostanza dobbiamo chiederci se quel tipo di prodotto che importiamo è pari ai nostri. Da un punto di vista salutare sono uguali? Questo è il problema vero. E infatti la comunità europea, che fa comunque controlli a campione sugli ingressi, alle volte rivela delle non conformità”.
Da un punto di vista della fauna quali sono i problemi del nostro territorio?
“Per quanto riguarda la fauna, in particolare penso ai lupi e ai cinghiali, credo che sia necessario un monitoraggio più attento. La volontà di aiuto c’è anche grazie agli ultimi contributi messi a disposizione con l’approvazione del bilancio regionale. Forse non saranno aiuti esaustivi, ma sono la partenza. Ci troviamo di fronte a una generazione di cinghiali così importanti, da un punto di vista numerico, che solo la caccia non può contenere il fenomeno. Forse bisogna intervenire in maniera più concreta.
Forse la ricerca potrebbe aiutarci da un punto di vista del contenimento. Magari si può pensare, qualora fosse possibile, anche alla sterilizzazione di qualche capo. Oggi cinghiali e lupi li troviamo in tutta la provincia. Capisco che sono razze che vanno tutelate, ma andrebbero tutelate nei loro ambienti e purtroppo arrivano in ambienti che non sono più i loro: per un pastore che alleva delle pecore vedersi distrutto il proprio gregge vuol dire vedere svanito il proprio futuro.
Spero poi che non attacchino mai l’uomo. A quel punto sarebbe troppo tardi prendere coscienza della situazione. Qualche provvedimento va preso”.
Ad alimentare il problema non potrebbe essere anche la presenza di cibo nelle strade?
“Questo non è un fattore determinante, ma aiuta ad alimentare il problema. Il selvatico si avvicina sempre di più al centro abitato se ai bordi delle strade trova del cibo. In questo caso le amministrazioni locali dovrebbero controllare un po’ di più”.
Con l’approvazione del bilancio regionale sono stati stanziati dei fondi per far fronte a delle problematiche del nostro territorio: il calo nella produzione dell’olio, il crollo della produzione di castagne, i danni causati dall’eccessiva presenza di lupi nel viterbese e nel reatino. Nel dettaglio di cosa si tratta?
“C’è stata anche su nostra pressione una condivisione di alcuni percorsi, che abbiamo fatto sia con i nostri rappresentanti territoriali in regione che con l’assessore stesso, su scelte ben precise.
Sono stati ammessi a finanziamento tutti i primi insediamenti di giovani in agricoltura nella Regione. Inoltre proprio in questi giorni è uscita la graduatoria per i finanziamenti sugli investimenti (la 4.1). Così da un finanziamento iniziale di 48 milioni di euro ne sono stati aggiunti altri 45 milioni. Questo significa che la graduatoria si allunga di molto. Non è sufficiente per soddisfare tutti, ma una bella fetta per quello che era il programma iniziale è stata accontentata.
Noi come confederazione ci siamo adoperati per far in modo che le aziende potessero accedere a questi finanziamenti. Abbiamo costituito 4 filiere: una per l’olio, una per la patata, una per le nocciole e una per l’ovi-caprino. Tutte conquiste che abbiamo portato a casa e questo è stato un dato molto positivo perché ha permesso alle ziende poi di avere anche un ulteriore punteggio nelle misure di investimento che hanno fatto loro stesse e le ha portate avanti in graduatoria. E’ un lavoro che si fa con la Regione. Noi abbiamo trovato sostegno, collaborazione. Abbiamo avuto un supporto anche dai rappresentanti politici che fanno il loro lavoro, ma che ogni tanto vanno anche pungolati. Il nostro compito è infatti quello di pungolare, anche per migliorare gli errori del passato”.
La proposta della commissione europea di tagliare i fondi per la politica agricola del comune è un pericolo concreto?
“La proposta c’è, ma noi siamo attenti e monitoriamo anche a livello nazionale. Come Cia abbiamo un ufficio a Bruxelles e giornalmente siamo aggiornati sui fondi e le politiche comunitarie. Cerchiamo e ci impegniamo in tutti i modi per mantenere lo stato attuale. Se venisse meno l’aiuto della Pac sarebbe la fine dell’agricoltura. Il pericolo è dietro l’angolo perché i nuovi Paesi che sono entrati in comunità chiedono maggiori risorse, ma noi non vogliamo il taglio dei fondi. Quindi noi dobbiamo stare attenti affinché ciò non accada o quanto meno se una riduzione ci dovesse essere che sia proporzionale per tutti”.
Obiettivi da raggiungere nel 2019?
“Dal punto di vista produttivo noi siamo specializzati in molti settori. Dobbiamo cercare solo di continuare il nostro lavoro e far fronte alle condizioni climatiche che incidono sulla produzione. Tutti insieme dobbiamo rivedere come salvaguardare il nostro ambiente.
Da un punto di vista politico – sindacale invece dobbiamo tutelare il settore, cercare di accorpare gli agricoltori sul territorio. Noi abbiamo investito molto nel territorio viterbese in questi ultimi 3 o 4 anni e questo chiaramente rafforza: entrare nel mercato in maniera aggregata ti permette di avere più potere di vendita; hai un potere contrattuale diverso rispetto alla singola azienda.
Naturalmente l’obiettivo è cercare di chiudere le filiere e cercare di stabilire dei contratti di filiera dove venga salvaguardato il reddito degli agricoltori. Bisogna aggregarsi ancora di più per incidere come settore primario. Non dimentichiamoci che finché l’agricoltore ha reddito resta, altrimenti c’è l’abbandono del territorio. L’abbandono non è solo la sconfitta per l’agricoltore, ma per la civiltà stessa e le pubbliche amministrazioni”.
