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Il clochard di Trieste ha vissuto anche a Civitavecchia

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Trieste - gesto di solidarietà dei cittadini nei confronti di Mesej Mihaj

Trieste – gesto di solidarietà dei cittadini nei confronti di Mesej Mihaj

Civitavecchia – Il clochard di Trieste, il cui sindaco aveva gettato le coperte e i vestiti in un cassonetto, ha vissuto qualche tempo anche Civitavecchia. A raccontarlo è lui stesso in un’intervista rilasciata a Il Piccolo.

Si chiama Mesej Mihaj, ha 57 anni ed è di origine rumena. Involontariamente è ormai divenuto celebre dopo che qualche giorno fa il vicesindaco leghista di Trieste, Paolo Polidori, gli aveva gettato in un cassonetto coperte e giacche con cui si riparava durante la notte.

Era stato Polidori stesso a dare risalto all’accaduto con un post su Facebook dove annunciava di aver gettato degli indumenti secondo lui abbandonati in via Carducci e che comunque, secondo lui, risultavano indecorosi per la pulizia della città. Un gesto, quello del sindaco, a cui i cittadini di Trieste avevano risposto lasciando in via Carducci nuove coperte per il senzatetto e qualche riga di solidarietà scritta su un cartone.

La permanenza di Mesej Mihaj a Civitavecchia risale al 1997 quando “lavoravo per un signore che mi pagava con vitto e alloggio – ha dichiarato nell’intervista -. Ma  il signore non mi dava soldi e allora sono andato via”.

Mihaj in questi giorni si trova all’hotel Transilvania di Fernetti. Qui è stato accolto dalla comunità romena e dal suo presidente Andreescu Felix Aurelian. La sua è una storia di continui spostamenti e diverse difficoltà. E’ arrivato in Italia dopo essere scappato dalla dittatura di Ceausescu e, da allora si è sempre spostato da una città all’altra. Nell’intervista il senzatetto però sottolinea: “Gli italiani mi hanno sempre aiutato”. 

“Nel 1989 ero in piazza per manifestare contro il regime comunista, poi ho avuto paura e sono scappato. Ho vissuto a Gaeta, poi nel 1997 sono finito a Civitavecchia. Ho chiesto più volte l’asilo politico, non me lo hanno mai dato – ha raccontato -. Sono stato anche in Francia, dove mi avevano registrato come arabo, e dove volevo rivedere mia moglie e i miei figli che vivono lì”.

Poi l’arrivo a Trieste nel 2018, quando qualcuno gli ha rubato i documenti o li ha persi. “Sono a Trieste da allora – ha proseguito -. Ho dormito in un centro di accoglienza per cinque giorni, poi di punto in bianco mi hanno detto che dovevo andarmene perché non avevo la residenza. Sinceramente non ho ben capito il perché visto che non ero l’unico. Sono andato a fare la denuncia di furto due volte, alla terza mi hanno detto che dovevo andare via. L’assistente sociale mi voleva solo dare un biglietto per la Romania, ma io là non ho più niente”.

In via Carducci aveva trovato la sua casa. “E lì che tante persone mi hanno aiutato. C’era chi portava cibo caldo, chi mi dava dei soldi: nelle giornate buone riuscivo a raccogliere 20 euro. Dal comune non ho avuto niente, solo la Caritas mi ha dato da mangiare”. 

Un luogo in cui si sentiva al sicuro e che non voleva lasciare. Almeno finché non gli sono stati tolti e gettati in un cassonetto tutti i suoi averi.

 


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