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Antoniozzi: “Siamo stati ingenui a pensare che la mafia non ci fosse…”

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Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)

 

Viterbo - La manifestazione contro la mafia

Viterbo – La manifestazione contro la mafia

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Siamo stati ingenui a pensare che il nostro territorio avesse sviluppato una sorta di immunità al fenomeno mafioso. Ingenui, perché l’essere stati terra di confino per criminali mafiosi negli anni ’60/’70 avrebbe dovuto suonare il primo campanello d’allarme, a meno di voler immaginare che l’aria della Tuscia fosse così miracolosa da farti cambiare usi e costumi.

Ingenui, perché il tasso di disoccupazione della nostra terra, tra i più alti in assoluto a livello nazionale, è terreno fertile per il prosperare della malavita. Ingenui, perché la cementificazione selvaggia delle periferie che ha portato un’offerta immobiliare ben superiore alla domanda, è ovunque segno tangibile di interessi occulti. Ovunque, ma evidentemente non qui.

Ingenui perché il proliferare di supermercati, anche questi con un’offerta superiore alla domanda, avrebbe dovuto farci venire se non altro un piccolo dubbio. Ingenui, perché non potevamo pensare che la mafia, presente a Roma e a Grosseto, avesse sorvolato il nostro territorio. Ingenui, perché quando a Mammagialla era aperta l’ala di alta sicurezza (si tratta di boss mafiosi di secondo livello, killer assoldati dai clan mafiosi, ex 41-bis e comunque figure che compaiono nell’ambito delle associazioni mafiose) a fronte di una capienza prevista di 150 detenuti il dipartimento centrale ne aveva assegnati a Mammagialla ben 175.

E allora, se si tiene a mente che in un carcere sovraffollato con un personale sottodimensionato il contatto tra mafiosi e criminali comuni è inevitabile, se si tiene a mente che molti familiari dei detenuti a massima sicurezza si sono trasferiti a Viterbo nei quartieri periferici, allora non si può non immaginare che proprio Mammagialla, in virtù di questa situazione, sia stata ad alto rischio di diventare luogo privilegiato di scambio di informazioni con l’esterno.

Questa ingenuità, mista al non voler ammettere la realtà, perché è scioccante per tutti pensarci terra di mafia e di fronte all’orrore è istintivo coprirsi gli occhi, è il motivo per cui si ascoltano dichiarazioni che minimizzano il fenomeno. E’ rassicurante dirsi che il fenomeno non esiste. Eppure il consulente della commissione del consiglio regionale del Lazio sulle infiltrazioni mafiose già nel 2017 ci metteva sull’avviso.

In quella che è una delle più belle e caratteristiche province del Lazio, oltre alle tracce storiche dagli etruschi, dei romani e dei Longobardi, troviamo anche quelle di sei gruppi criminali, che dagli anni ’70 ad oggi, hanno – a più riprese – contaminato il territorio. Si tratta di gruppi qualificati di ‘ndrangheta riconducibili alla cosca Mammoliti, al clan Libri, Zumbo-Gugliotta, al clan Mollica e Nucera. E non solo, a fare affari sul territorio sono, sotto traccia, molti boss che afferiscono dalla Capitale e operano con metodo mafioso. E altre organizzazioni criminali di nuova formazione. Non abbiamo voluto vedere. Primo maggio 2011: brucia il Sigma di via Monte Nero. Otto ottobre, brucia il teatro Metropolitan che avrebbe dovuto essere trasformato in centro commerciale. 11 novembre, brucia l’Union Printing. 21 novembre, va a fuoco l’Emi market di Tuscania. 20 novembre, brucia Mondo Convenienza. Gli incendi succedono. Cinque in sei mesi, avrebbero dovuto metterci in allerta.

Le auto che saltano in aria, una dopo l’altra, nel 2017, i ripetuti controlli di polizia che sequestrano ingenti quantitativi di droghe pesanti, le teste mozzate d’agnello e di maiale recapitate come avvertimento, avrebbero dovuto farci aprire gli occhi. E invece abbiamo preferito scansare il problema, come se quegli incendi e quelle auto in fiamme e quei macabri messaggi fossero qualcosa di straordinario e non il sintomo evidente di una patologia ormai sistemica.

Ci sono volute le forze dell’ordine, grazie all’operazione Erostrato, per toglierci la benda davanti agli occhi. Noi dobbiamo riconoscere il fenomeno mafioso, perché non riconoscerlo significa non curarsi. Dobbiamo guardare in faccia la realtà per non fare il gioco delle mafie, che proprio sulla negazione del fenomeno radican la propria sopravvivenza. Dico “fenomeno” perché mafioso è chi il mafioso fa. Mafioso è chi il mafioso fa. La mafia non è soltanto una famiglia, o l’esponente di una famiglia, che si trasferisce altrove e impone i suoi metodi. La mafia è un pensiero. Mafioso è chi il mafioso fa. Ogni comportamento di sopraffazione e omertà, è mafia. Ogni negazione delle regole sociali a favore delle regole private e familistiche, è mafia. Anche il silenzio, l’omertà, il quieto vivere, il nascondere la testa sotto la sabbia è mafia.

La mentalità mafiosa, a farci attenzione, si nasconde anche nelle piccole cose. Se un ragazzino bullizza un altro ragazzino per farsi dare i soldi, cede a quella mentalità. Se decidiamo di saltare una coda in un ufficio perché conosciamo uno degli impiegati o il direttore, cediamo a quella mentalità. Se andiamo a chiedere una raccomandazione, cediamo a quella mentalità. Persino il maschilismo, che considera la donna inferiore all’uomo, affonda le sue radici nella cultura mafiosa della prevaricazione.

Mafia è promettere un posto di lavoro in cambio di un voto. Mafie è una pubblica amministrazione che non applica alla lettera le norme anticorruzione. A questo proposito cogliamo l’occasione per chiedere a ogni assessore della giunta quali misure siano state poste in essere per prevenire ed impedire ogni possibile forma di infiltrazione. Mafia è dire a chi denuncia un’irregolarità che avrebbe potuto farsi gli affari suoi. Mafia è proteggere un familiare che infrange la legge. Ripeto, ogni comportamento di sopraffazione e omertà, è mafia. Anche il silenzio. Soltanto facendo della mafia un problema principalmente culturale, possiamo sconfiggerla.

La mafia non si vince soltanto con le operazioni di polizia, ma ammettendo che dentro ognuno di noi esiste, in pectore, magari piccolo, il germe della mentalità mafiosa, e combattendolo giorno dopo giorno, dentro di noi e fuori di noi. Non si può chiedere a nessuno di chiudere gli occhi: perché anche se si prova a nasconderla, la realtà continua a esistere.

Giovanni Falcone diceva che la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Le operazioni di polizia tagliano i rami, ma sta a noi estirpare, giorno dopo giorno, le radici della pianta. Mafioso è chi il mafioso fa. Prima di concludere, mi preme aggiungere che se a chiunque del nostro gruppo consiliare fosse capitato di vedere il proprio nome affiancato a quello di un appartenente alla malavita organizzata nei faldoni di una inchiesta, se su chiunque del nostro gruppo consiliare fosse gravato il sospetto di una qualsiasi contiguità al fenomeno mafioso, a questo qualcuno noi avremmo chiesto con forza di farsi da parte.

E l’avremmo fatto non per sostituirci alla giustizia o per mentalità forcaiola, ma perché riteniamo inderogabile che non sorga neppure il minimo sospetto sulla moralità o sulla legalità di un amministratore. Tanto più l’avremmo fatto se questo qualcuno fosse stato nella posizione di dover gestire, nel prossimo futuro, appalti per milioni di euro, come nel caso del bando sulle periferie.

In virtù di questo, e in virtù della recente dichiarazione del sindaco di costituirsi parte civile, il nostro gruppo consiliare si sente obbligato a chiedere al sindaco di valutare l’ipotesi di chiedere all’assessore Ubertini di prendere in considerazione la possibilità di dimettersi in attesa di vedere il suo nome espunto dai faldoni d’indagine, evitando così che sulla trasparenza e l’onestà di questa amministrazione possa sorgere, nell’opinione pubblica e in seno a questo consiglio, il benché minimo dubbio.

Alfonso Antoniozzi (Viterbo 2020)


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