Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Signor presidente del consiglio, colleghi consiglieri, signor sindaco,
questo è il consiglio comunale più importante degli ultimi dieci anni, ho già avuto modo di dirlo nella precedente seduta e lo ribadisco oggi.
Quello che è accaduto in questi giorni nella nostra città, spesso addormentata, ci ha improvvisamente risvegliato, non è certo una novità per chi come il sottoscritto e altri in qualche modo lo ha sempre denunciato (mi fa piacere citare un libro del 2012 “La mafia a Viterbo” di Daniele Camilli al quale ho avuto l’onore di fare la prefazione in quel 2012 dove, per la prima volta se non sbaglio, è stat applicata nel Lazio una condanna per l’art. 416 bis) ma sicuramente un duro colpo per chi pensava che nella città dei Papi albergassero soltanto santi e beati.
E invece improvvisamente ci ha pensato “Erostrato” dal nome della brillante operazione condotta dalla Dda di Roma e dalle forze di polizia a incendiare quel tempio costituito dalle nostre coscienze che ci facevano pensare alla nostra città come un luogo “sacro” dove la mafia non c’è “al limite qualche delinquetello”.
E proprio su quei carboni ardenti abbiamo cominciato a camminare come politici quando abbiamo letto sui giornali questi titoli “A Viterbo si vota tu chi appoggi?” oppure “Arena e Ubertini sono traditori di merda” frasi tra virgolette pronunciate dalla bocca di quello che gli inquirenti ritengono essere un boss della ‘ndrangheta in dialoghi che intratteneva con altri presunti associati per delinquere durante l’ultima campagna elettorale.
Ed è lì che quasi tutti siamo saltati sulla sedia, ma non subito. No, prima c’erano altre cose più importanti per un consiglio comunale c’era un regolamento sul commercio da approvare, c’era un regolamento consiliare che non permetteva neppure di perdere cinque minuti per chiedere e chiederci insieme al consiglio comunale che cosa stava accadendo nella nostra città.
Tutti avete visto com’è finito quel consiglio. “Ma la politica sulla mafia è distratta” e questo non lo dico io, ma il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho a margine di un incontro dove veniva presentato un lavoro di indagine sociale e di interviste agli italiani di Libera di Don Ciotti, da dove appunto emergeva la scarsa percezione del fenomeno da parte degli italiani.
Come ha ben spiegato Cafiero De Raho “aiamo in un Paese in cui la corruzione dilaga e le mafie esercitano un controllo pesante sull’economia e la politica. Ma non c’è grande attenzione da parte della politica, non sento parlare della necessità di contrastare i due fenomeni”. Anzi, pare quasi che non siano poi temi così importanti. Al punto che “sembra che siano settori di competenza solo dell’Anac, della Dna, delle Dda e di alcune associazioni come appunto Libera. Non sento parlare della necessità di contrastare mafie e corruzione. La politica postpone questi problemi a tanti altri…” E ciò nonostante “anche Bankitalia abbia detto che la zavorra economica del nostro Paese è la mafia”.
La politica quando si parla di mafia è distratta dicevamo, per fortuna non sempre e non tutta (colgo l’occasione per ringraziare tutti i colleghi di opposizione che hanno consentito con la loro firma di celebrare oggi questo consiglio comunale aperto) perché come si diceva dobbiamo essere noi politici stimolo a tenere gli occhi aperti e le coscienze sveglie per evitare la sottovalutazione della pericolosità mafiosa e la facile equazione, ormai fuorviante, tra mafia e fatti di sangue e anche la sopravvivenza del pregiudizio per cui le mafie sono solo un fenomeno tipico del Sud.
E invece caro sindaco la mafia c’è anche a Viterbo purtroppo e non è sufficiente fare i giusti complimenti a magistrati, forze dell’ordine per il lavoro fatto e tuttavia poi sminuire o evitare che se ne parli con la motivazione (la scusa vorrei dire) che “ci sono in corso le indagini e le indagini le fa la magistratura”, quando, come più volte ha ricordato anche il procuratore capo di Roma, i collegamenti con la politica e con l’impresa fanno parte di quello che possiamo definire “il capitale sociale” della ndrangheta e noi quel capitale sociale lo vogliamo portare invece allo scoperto perché venga azzerato subito anche a Viterbo.
Il rischio è, infatti, che una sorta di più o meno evidente “ambiguità”, tra alcuni esponenti politici ad ogni livello, possa essere foriera di sostegni elettorali, da parte della mafia, a discapito della democrazia e della legalità.
Il tema è, purtroppo, talmente attuale che l’inerente normativa è stata, proprio in questi giorni al centro del dibattito parlamentare. E’ infatti già stato approvato al Senato il disegno di legge Giarrusso dal nome del senatore 5 stelle che lo ha proposto contro il voto di scambio politico-mafioso che il 25 di questo mese, dopo un lungo lavoro in commissione, approderà in aula alla Camera anche grazie alla presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti.
Il provvedimento, composto da un solo articolo, prevede che chiunque accetta, direttamente o a mezzo di intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all’art. 416 bis cpp in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità o in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa è punito con la pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis.
Inoltre, la pena è aumentata della metà se, chi ha accettato la promessa di voti, è eletto. Nella ultima formulazione inoltre il reato viene esteso anche a chi riceve voti da soggetti che agiscono “mediante le modalità” di cui al terzo comma dell’art. 416 bis che serve a colpire chi riceve voti da presunti mafiosi non ancora condannati in via definitiva ma che comunque procacciano le preferenze secondo le modalità tipiche di Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra.
Dobbiamo essere chiari su questo punto: noi i voti della mafia non li chiediamo e soprattutto non li vogliamo!
Se pensiamo a quelli che il presidente dell’Anac Raffaele Cantone definisce risultati spaventosi di un sondaggio condotto tra gli italiani dove solo il 20% dei cittadini crede che sia importante votare cittadini onesti come candidati politici capiamo bene che la strada per la politica è ancora lunga ma è una strada dove, cari colleghi, non possono ammettersi ambiguità, paure, reticenze, tantomeno omertà o addirittura riconoscenze.
Su questa tema concordo col procuratore capo Pignatone che nel suo libro che ho avuto la fortuna di presentare in una Caffeina di tanti anni fa affermava: “Sul crinale dei rapporti tra mafia e politica c’è uno spazio ampio che non è reato, la politica investe diritti primari, perfino il mafioso condannato salvo casi particolari ha il diritto di elettorato attivo e passivo, ha il diritto di fare propaganda elettorale ha il diritto di dire ai suoi familiari e amici per chi votare. Allo stesso tempo il politico può andare a chiedere il voto al mafioso. E’ una libera scelta che non ha il suo parametro di riferimento nel codice penale, ma in altri codici per me altrettanto importanti come quello etico”.
Per rompere il cosiddetto marchingegno tra mafia e politica oltre alla repressione, sindaco e colleghi consiglieri, occorrono scelte che non alimentino meccanismi clientelari, occorre che la politica riesca a fare selezione al proprio interno senza aspettare una sentenza di condanna confermata dalla Cassazione.
E qui il garantismo non c’entra, non può e non deve esserci nessun equivoco, quell’equivoco che in conclusione non un eroe, ma un servitore dello stato dei nostri tempi di cui troppo spesso si ricorda la figura ma quasi mai le sue parole così ci spiegava nel celebre intervento del 26 gennaio 1989 a Bassano del Grappa.
“L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Vuol dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi dei fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze fra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo delle sentenze: tanto, questo tizio non è stato mai condannato, quindi questo tizio è un uomo onesto; ma -dimmi un poco - tu non ne conosci gente che è disonesta, ma non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe quanto meno indurre, soprattutto i partiti politici, a fare grossa pulizia? Non soltanto ad essere onesti, ma ad apparire onesti facendo pulizia al loro interno da tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituiscono reato”. Quel servitore dello stato era Paolo Borsellino.
Giacomo Barelli
