Viterbo – “L’alternativa a una destra pericolosa si costruisce dentro il Pd”. Tocca a Maurizio Martina raccontare la sua idea di partito. Il diretto antagonista di Nicola Zingaretti alla segreteria nazionale Dem è a Viterbo.
“Voglio un grande partito e un grande partito si guida, non si comanda”.
La sala delle Terme dei Papi è piena. Come colonna sonora, i Queen, Somebody to love. Si rivede Giuseppe Fioroni, almeno a un’iniziativa politica e con lui, diversi ex consiglieri comunali, Fabbrini, Scorsi, Bizzarri, Boco. E pure qualcuno attuale, Luisa Ciambella e Martina Minchella. A lei l’onore di fare gli onori di casa.
Serata un po’ anche amarcord. Da un momento all’altro quasi si attende l’ingresso del sindaco Leonardo Michelini. Sullo schermo scorrono immagini di progetti realizzati nel quinquennio di centrosinistra a palazzo dei Priori e gli interventi si spingono anche più indietro. Ottobre 2007, fondazione del Pd.
Non è un caso se Fioroni apre il suo intervento con un flashback. Ante Michelini. “Ricordo i congressi con Egidi e Mazzoli – osserva Fioroni – discutevamo, ma era la politica. Oggi non si discute, ma si subisce l’arroganza della gestione del potere”.
Martina, dal suo canto, l’idea di partito ce l’ha. Non si sarebbe candidato alla segreteria, altrimenti. “Grande, ma non deve essere solo – precisa Martina – maggioritari nella testa ma non autosufficienti. Dobbiamo ricostruire le ragioni di un campo più largo, senza evocare formule che non ci sono più.
Milano l’abbiamo vinta così, con il Partito democratico a fare il centrosinistra, tornando tra la gente. La sfida è rilanciare le ragioni riformiste per il cambiamento del Paese”.
Gallery: Martina, Fioroni e i Queen
E soprattutto, arginare una destra che oggi non pare avere rivali. “Ogni giorno pensano al nemico su cui costruire il conflitto, hanno un’idea del governo come se fossero all’opposizione, una guerra quotidiana”.
Martina ha la benedizione di Fioroni: “Maurizio è l’ultima speranza. Una parte che stava nel Pd se n’è andata. Il fermento del mondo cattolico e riformista che era con noi, progressivamente si è allontanato.
Legittimo rifare l’unità della sinistra. Da Potere al Popolo fino a noi. Ma non è la scelta del 14 ottobre 2007. È legittima ma diversa”. Mozione di Zingaretti non condivisa dall’ex ministro, così sia per il suo candidato segretario.
“Zingaretti è bravissimo – osserva Fioroni – ma non può essere segretario nazionale di un partito che deve ricostruire un’alternativa e presidente di una regione complessa come il Lazio”. In sintonia su questo punto pure con Martina. “Non basterebbe uno di segretario – osserva Martina – ma due o tre”: Figurarsi, logica conseguenza, un segretario part time.
Troppo piccolo, poi per Fioroni, lo spazio immaginato dal terzo candidato, Giachetti. Ma il pollice verso arriva pure a chi è fuori dalla gara per le primarie. “Il programma di Calenda è bello – osserva Fioroni – ma non basta, quindi Martina è quello giusto”. Ripeterlo era necessario.
Ad aprire, i candidati viterbesi alle primarie del 3 marzo per la mozione Martina, dal capolista Pierluigi Bianchi, che non ha esattamente parole d’elogio per il modello Lazio del presidente Nicola Zingaretti.
“Come provincia l’abbiamo visto cos’è stato il modello Lazio in questi cinque anni – sostiene Bianchi – sacrifici enormi, partendo da una situazione economica difficile per uscire dal commissariamento, ma ancora non siamo rientrati. Tasse elevate, tagli consistenti al sistema sanitario, ma pure la viabilità è rimasta quella che è e nemmeno un euro è stato messo sull’edilizia residenziale pubblica”.
Ce n’è pure per la legge elettorale regionale. “Con quella nuova, Viterbo da quattro consiglieri ne elegge due. Va cambiata”. Con quattro eletti, Luis Ciambella oggi sarebbe in consiglio regionale. Valeva la pena ricordarlo.
Prima di Bianchi gli altri candidati, Carla Mancini, Cristina Rosa e Guglielmo Campioni. In prima fila c’è anche Claudio Mancini, antagonista di Astorre alla segreteria regionale.
Spazio anche per lui. Ricorda la presenza a Genova di Martina. “Ai funerali delle vittime del ponte Morandi – ricorda Mancini – si è preso i fischi, ma ha dato a tutti noi dignità”.
Ancora i Queen e una foto di gruppo, poi la sala in fretta si svuota. Ora di cena.
Giuseppe Ferlicca



