Viterbo – Killer di camorra presi a Ponte di Cetti, affidata la perizia sulle sei telefonate più una captazione ambientale sul furgone dei fiorai ambulanti d’origine campana, di cui la pm Paola Conti ha chiesto la trascrizione.
Affidando l’incarico a una trascrittrice, il giudice Mautone ha avvisato la perita che le conversazioni sono in dialetto napoletano.
Sono le intercettazioni autorizzate dalla direzione distrettuale antimafia di Roma che inchioderebbero i tre presunti fiancheggiatori, due dei quali residenti a Viterbo, sotto processo davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone con l’accusa di favoreggiamento aggravato dal fine di agevolare un’associazione di stampo mafioso.
Tre gli imputati rinviati a giudizio su richiesta della Dda di Roma: Domenico Gianniello, Pasquale Gianniello e Giulio De Martino. Tutti d’origine campana sono difesi dall’avvocato Leopoldo Perone del foro di Napoli.
Avrebbero favorito la latitanza di Giovanni Tabasco e Gaetano Formicola, i 24enni, condannati all’ergastolo per l’omicidio del 18enne Vincenzo Amendola, ucciso a Napoli a colpi di pistola in faccia. I due killer furono arrestati dalla polizia nel corso di un blitz scattato nel pomeriggio del 22 marzo 2016 mentre erano nascosti in un casolare della frazione viterbese sulla Cassia Sud.
Pasquale Gianniello e Giulio De Martino sono due fioristi ambulanti, residenti da anni nel Viterbese, dove vendono piante per strada col furgone. Residenti fino al 2014 tra Tobia e Tre Croci, dal 2014 si erano trasferiti nella casa di Ponte di Cetti, dotata di un capiente seminterrato, attrezzato a magazzino, con tanto di cella frigorifera per conservare i fiori freschi.
Quando è scattato il blitz, stavano rincasando col furgone. In casa, invece, oltre ai due latitanti c’erano l’altro imputato, Domenico Gianniello, nipote di Pasquale, residente a Napoli, oltre alla fidanzata 17enne di uno dei due killer e alle nonne dei latitanti, Giulia Formicola e Maria Domizio. La Domizio, in particolare, è la moglie del capoclan ergastolano Ciro Formicola, considerata la reggente della cosca.
In seguito al blitz, la direzione distrettuale antimafia di Roma ha autorizzato le intercettazioni a carico dei presunti fiancheggiatori, sei telefonate più una captazione ambientale sul furgone dei fioristi.
Il processo riprenderà l’8 maggio, alle ore 14,30, quando sarà sentita la trascrittrice e anche l’agente immobiliare che ha affittato ai campani il casale sulla Cassia Sud. Per il teste, una donna, è stato disposto l’accompagnamento coattivo non essendosi presentata alla precedente udienza del 9 gennaio.
Silvana Cortignani
Latitanti a Viterbo dopo il delitto
Vincenzo Amendola sarebbe stato ucciso dai due baby-camorristi, all’epoca 21enni, perché si vociferava che avesse una relazione con la madre di uno dei due killer, Gaetano Formicola, e addirittura che si vantasse di avere alcune foto compromettenti della donna. Donna che, oltre ad essere la madre di Gaetano, è la moglie di un boss recluso al carcere duro. La vittima dell’omicidio aveva appena 18 anni. Era il 5 febbraio 2016 quando il giovane scomparve. Il cadavere fu ritrovato dopo undici giorni a San Giovanni a Teduccio. In quel periodo si era sparsa la voce, forse solo un chiacchiericcio, che il 18enne si fosse invaghito della moglie del capoclan, e la voce sarebbe arrivata fino in carcere, all’orecchio dello stesso boss che ne avrebbe parlato coi familiari. Di qui, secondo la ricostruzione della procura, la decisione del figlio Gaetano Formicola di eliminare Amendola. Un progetto portato a termine, secondo l’accusa, con l’aiuto del cugino Giovanni Tabasco.

