Viterbo – Mafia viterbese, cinque su tredici rinunciano al ricorso al riesame. Tre si sono visti già sfumare le speranze. Due saranno davanti ai giudici del tribunale della libertà il 18 febbraio. Altri tre ci hanno provato ieri e sono in attesa che venga sciolta la riserva.
Degli otto arrestati lo scorso 25 gennaio i cui legali si sono recati ieri a Roma, solo tre hanno discusso l’istanza per ottenere la revoca o un alleggerimento della misura di custodia cautelare, aggiungendosi ai tre che hanno discusso venerdì corso, i cui ricorsi sono stati bocciati martedì.
Davanti ai giudici del riesame si sono “esibiti” gli avvocati Francesco Massatani e Marco Landolfi, per la commessa del compro oro Martina Guadagno, detenuta; il collega Giuliano Migliorati per l’imprenditore Emanuele Erasmi, uno dei soli due arrestati ai domiciliari; e l’avvocato romano di Ismail Rebeshi, l’albanese ritenuto, con Giuseppe Trovato, ai vertici del sodalizio criminale.
Il legale di Rebeshi, però, avrebbe discusso l’istanza solo perchè non sarebbe riuscito ad avere l’autorizzazione alla rinuncia da parte del suo assistito. L’avrebbe cercato a Mammagialla, dove riteneva fosse ancora recluso, ma non l’ha trovato. Come gli altri, anche l’imprenditire albanese, già in carcere per traffico internazionale di stupefacenti da novembre, è stato trasferito in un altro istituto di pena, in isolamento presso una sezione di alta sicurezza, senza che la difesa ne fosse informata. L’avvocato avrebbe fatto richiesta al Dap, ma sarebbe arrivata prima l’udienza davanti al riesame.
Alla luce dei primi tre ricorsi bocciati dai giudici capitolini – Manuel Pecci, Luigi Forieri e Gazmir Gurguri – ieri hanno rinunciato al riesame i difensori dei cinque indagati Sokol Dervishi, i fratelli Spartak e Shkelzen Patozi, Ionel Pavel e Gabriele Laezza.
Lunedì prossimo sarà invece la volta dell’avvocato del foro di Vibo Valentia, Giuseppe Di Renzo, che assiste gli ultimi due arrestati nel blitz scattato a fine gennaio su richiesta della Dda di di Roma. Il legale ha fatto già sapere di essere intenzionato a discutere l’istanza presentata per l’altro presunto vertice dell’organizzazione di stampo mafioso Giuseppe Trovato, recluso nel carcere di Nuoro, e per la compagna d’origine marocchina Fouzia Oufir, detenuta a Lecce.
Gli indagati
1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;
2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;
3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;
4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;
6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;
8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;
9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;
10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;
12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;
13. ERASMI Emanuele, 50enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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