Viterbo – “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”, recita l’articolo di apertura della costituzione della Repubblica Italiana, una carta che non è soltanto l’insieme delle regole fondanti di uno Stato ma soprattutto, e questo pare sfuggire a molti politici, politicanti e -ahimè- cittadini, costituisce il patto civile e sociale su cui si fonda la convivenza delle persone che abitano una nazione.
La sovranità appartiene al popolo, e la forma in cui questa sovranità si applica è, a meno che la pratica di ogni giorno non sovverta prima o poi la teoria ribaltando definitivamente il patto che ci siamo dati, la democrazia rappresentativa.
Non la democrazia diretta, che non ha bisogno di rappresentanti, né tantomeno le decisioni prese dietro le porte chiuse dei palazzi, dove il popolo non entra e dove le scelte che lo riguardano vengono prese da quattro satrapi che pensano di essere alla corte di Bisanzio. La democrazia rappresentativa.
Questa premessa, noiosa ma necessaria, è fondamentale per capire l’entità dello schiaffo che le istituzioni e la città stanno ricevendo dall’inizio della crisi in cui versa l’amministrazione.
Una crisi che, sia chiaro, è avvenuta -almeno ufficialmente- per motivi di equilibri politici, che è nata a porte chiuse, a porte chiuse si è dipanata e a porte chiuse, pare si risolverà.
Niente di nuovo sotto il sole, dirà qualcuno. Io stesso ricordo qualcosa di simile nella precedente consiliatura, quando la maggioranza si spezzò, la crisi durò per mesi e poi tutto si ricompose senza che nessun cittadino, me compreso, abbia capito a tutt’oggi le ragioni della fuoriuscita e del rientro di parte del gruppo consiliare del Pd.
Ragioni di palazzo, ho concluso all’epoca, e me ne sono fatto una ragione. Eppure non dovremmo farcene una ragione. La democrazia rappresentativa non è una versione aggiornata del medioevo in cui ci viene data la possibilità di eleggere il barone di turno invece di ritrovarcelo sul trono per linea di sangue.
Nella democrazia rappresentativa gli eletti hanno piena libertà morale ma sono tenuti a rispondere a chi gli ha conferito il mandato, ossia ai loro elettori.
E il luogo cittadino in cui si risponde ai propri elettori, in questa forma di democrazia, è il consiglio comunale. In nome di questo, da uomo cresciuto nel rispetto delle istituzioni e del patto di convivenza che va sotto il nome di “Costituzione”, quando giovedì ho visto un’intera maggioranza sottrarsi al dialogo democratico non presentandosi in consiglio per discutere la crisi, per un attimo mi sono augurato che tutti i padri fondatori del nostro Stato insieme alle figure storiche viterbesi affrescate sui muri della Sala facessero irruzione gridando “vergogna!”. Surreale? Può darsi.
Ma non tanto surreale quanto l’intervento richiesto da qualcuno dietro le quinte per rimuovere le immagini della lupa capitolina che avevamo messo sui banchi vuoti, proprio per stigmatizzare lo schiaffo a una democrazia imbavagliata dalle trame romane di palazzo. “Il decoro della sala!” ci è stato detto.
Spiace informare chi di dovere, e la cittadinanza intera, che il decoro della sala era già finito a ramengo quando l’intera maggioranza ha deciso di sottrarsi a quello che era il suo dovere morale, ossia spiegare chiaramente a una cittadinanza intera le ragioni di una crisi che nessuno comprende e confrontarsi democraticamente con l’opposizione.
E spiace ancora di più prendere atto che, disgraziatamente, il rispetto delle istituzioni nella nostra città viene sporadicamente ricordato per questioni meramente di forma, talvolta persino per ragioni di convenienza, ma che lo si può calpestare a libero piacimento nei comportamenti quotidiani (e basta riguardarsi una seduta di consiglio per constatarne l’atmosfera) e soprattutto nelle linee di principio senza che nessuno abbia una virgola da eccepire.
Alfonso Antoniozzi
Consigliere comunale gruppo Viterbo 2020
