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Femminicidio, mai sottovalutare i primi segnali di violenza

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Viterbo - Claudia Corinna Benedetti, presidente dell'osservatorio nazionale sulla sicurezza, al concorso "A Silvia"

Viterbo – Claudia Corinna Benedetti, presidente dell’osservatorio nazionale sulla sicurezza, al concorso “A Silvia”

Viterbo – Femminicidio, per prevenire serve un nuovo modello culturale.

Prima di affrontare, certo non in maniera esaustiva, questo delicato tema che meriterebbe molto più spazio, ritengo necessario fare un breve excursus.

È noto che:

– dal 1999 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha reso internazionale il 25 novembre come giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne;

– la giornata era nata inizialmente per ricordare il terribile assassinio delle tre sorelle Mirabal, avvenuto nel 1960 durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo;

– da allora l’Italia, le Nazioni Unite e il mondo intero commemorano questa giornata proponendo iniziative atte a sensibilizzare sul tema non tanto e non solo le donne, ma anche gli uomini;

– sulla base delle indicazioni provenienti dalla Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 11 maggio 2011) concernente la “Lotta contro la violenza contro le donne”, il Parlamento italiano ha emanato un apposito decreto legge con l’obiettivo di prevenire il femminicidio, contrastare la violenza di genere e proteggere le vittime (Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 15 ottobre 2013, n. 242). Tale decreto mira a prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime e punire severamente i colpevoli, tre obiettivi per rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, della violenza sessuale e di atti persecutori (stalking).

Dal punto di vista semantico, oggi con il termine femminicidio si intende identificare una violenza di genere che ha come oggetto le donne ed è considerato un crimine brutale, da poco tempo identificato come una vera e propria violazione dei diritti umani.

Sottolineo che non ho mai condiviso l’uso del termine femminicidio poiché lo fa apparire quasi riduttivo (così come non è stato previsto l’uso del termine uominicidio, in caso di uccisione di un uomo), mentre non dimentichiamo che si tratta, a tutti gli effetti, di un vero e proprio omicidio!

Ma le leggi da sole non bastano, in quanto, oltre al dover essere rese note e approfondite, esse devono soprattutto essere condivise, fatte proprie, divenire parte integrante del nostro quotidiano agire.

Ma una giornata è sufficiente?

Dedicare una giornata per organizzare convegni, manifestazioni per dibattere su tale delicato tema ritengo sia solo un modo, non certo sufficiente, per sottolineare l’esigenza dei governi, delle organizzazioni no profit, dei media, di sensibilizzare la società sulla violenza di genere.

Ritengo, infatti, che tale obiettivo possa essere raggiunto solo iniziando a far comprendere appieno, fra gli altri, il valore e l’importanza del rispetto, non solo della donna, ma dell’altro in quanto tale, far comprendere che rispettare gli altri significa innanzitutto rispettare se stessi; esaurire tali azioni in una giornata ritengo sia veramente troppo poco.

Bisogna dire basta ai soprusi e ai maltrattamenti verso il genere femminile e fare in modo che si parli di femminicidio non solo quando avvengono tali reati, che, tra l’altro, occorre prevenire. Ciò implica tempo, competenza, professionalità, elaborazione e realizzazione di progetti mirati, articolati ed efficaci, volti a tentare di inculcare un nuovo modello mentale e culturale atto a far recepire per poi risolvere quindi prevenire problemi così gravi.

Dopo ben venti anni infatti, constatata la recrudescenza di tale fenomeno, ritengo, senza tema purtroppo di essere smentita, che le modalità a suo tempo individuate, ed oggi ancora in parte in atto, non solo non hanno fatto raggiungere l’obiettivo prefissato, ma sono decisamente fallite; il fenomeno infatti, non si è ridotto, ma anzi è aumentato, come indicato sia dallo studio WHO 2013, dal quale risulta che il 35% delle donne ha subito violenza fisica e/o sessuale, sia dagli allarmanti dati quasi quotidiani che rilevano come il 70% delle violenze subite dalle donne è da attribuirsi al proprio partner.

Molte iniziative, ma più apparenza che efficacia

La consapevolezza e la necessità di affrontare più compiutamente il problema che affligge la nostra società, ha indotto le Nazioni unite a promuovere, fra le tante iniziative, “l’Orange the world in 16 days”, invitando ad indossare capi di colore arancione (colore ufficiale della campagna) nei 16 giorni di attivismo che seguono questa giornata.

Fra le altre attività la stessa organizzazione ha proposto di condividere sui più diffusi social network scatti fotografici che riprendano persone con indosso indumenti di colore arancione. In Italia ci sono stati vari scioperi di donne promossi da gruppi di attiviste per denunciare l’immobilismo delle istituzioni, ed il loro leitmotiv è stato il colore rosso, che simboleggia la passione ma anche il dolore e la violenza.

È stato realizzato anche uno spot da Svs Donna aiuta donna onlus, in collaborazione con altri enti, indirizzato al pubblico maschile, con attivazione di un call center per aiutare gli uomini a prendere coscienza della gravità del problema e quindi farli decidere a fermarsi e smettere di maltrattare le donne. Interessante e forse anche efficace, ma questi sono casi purtroppo ad oggi davvero rari.

L’Osservatorio nazionale permanente sulla sicurezza (Onps), che ho l’onore di presiedere, ha fra i suoi obiettivi statutari non solo i temi della sicurezza, giustizia e legalità, ma anche, specificamente, la tutela della donna contro ogni forma di discriminazione, sopraffazione e violenza e la salvaguardia dei diritti umani, pertanto negli anni ha organizzato numerosi convegni sul tema, sempre con la finalità di far si che, ultimati i convegni, si aprisse un periodo di approfondimento analisi e studio su quanto emerso sia dai relatori, sia dai corposi dibattiti che si sono sempre aperti al termine degli stessi e che hanno dato vita a vari master e corsi di formazione su tale delicato tema.

Se ne indicano solo alcuni: “Tutela della dignità ed incolumità fisica e psicofisica della donna attraverso la cultura del rispetto”, svoltosi a Roma presso la Regione Lazio; “E’ donna il futuro dell’economia e della finanza – Alla scoperta delle opportunità femminili nel mondo finanziario globale”, svoltosi presso la Camera dei Deputati a Roma; “Violenza sulle donne… non solo parole”, presso la Biblioteca Civica di Piacenza.

Ora, è vero che viviamo in un mondo che dà sempre più importanza all’immagine, ma per un problema come quello della violenza e dell’omicidio delle donne, pensiamo davvero che indossare un capo di abbigliamento di un determinato colore risolva concretamente il problema?

E qual è il messaggio che resta impresso nei promotori e nei partecipanti?! Quello dell’essere identificati fra coloro che condividono l’intento, la volontà di dire basta alla violenza, dal colore del capo indossato (una scarpa rossa, un abito arancione, oppure una candela alla finestra). Ma il giorno dopo già tutto è finito e forse anche dimenticato!

Ci vuole quindi ben altro, con contenuti e progettualità che incidano culturalmente, più efficaci ed efficienti!

Vari tipi di violenza sulle donne – Femminicidio

Mai, come in questi ultimi anni, l’argomento è stato al centro dell’attenzione a causa della grave recrudescenza del fenomeno delle violenze, che sono diventate sempre più subdole e numerose, anche psicologiche, subite da donne, mogli, fidanzate, madri, che non hanno potuto contenere ed arginare la brutalità, che sfocia poi in violenza fisica dei loro compagni o ex mariti.

Violenze spesso sottovalutate perché iniziate con spintoni, strattonamenti, schiaffi, poi sfociate in atti sempre più violenti, calci pugni e peggio ancora omicidi.

Ma la violenza si esplicita anche con condizionamenti e sudditanze economiche, perché far dipendere economicamente la donna dall’uomo costituisce anch’essa una forma di violenza.

Penso quindi che sia indispensabile affrontare il problema nella sua interezza e complessità, ricorrendo anche all’ausilio di professionisti competenti, delle forze dell’ordine preposte anche a far rispettare ed applicare la Legge 15 ottobre 2013, n. 119, ad irrogare una pena certa ove non ci sia spazio per scriminanti o riduzioni di pena.

L’omicidio, su chiunque, è un’aberrazione, ma la violenza sulle donne, iniziata spesso con gli eventi sopra accennati e sottovalutati (che sono segnali incontrovertibili), ora sta venendo alla luce quasi ogni giorno in tempo reale, poiché sempre più spesso telegiornali, trasmissioni televisive, Internet, Facebook, danno spazio a casi di donne che non hanno saputo o potuto difendersi e che poi, hanno perso anche la vita.

Fatti recenti indicano che, purtroppo, ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa dal marito, o dal fidanzato, compagno o ex compagno di vita e, cosa ancora più grave, nonostante in alcuni casi le donne avessero già sporto denuncia per maltrattamenti, violenze, stalking, ecc… Ci si domanda spesso il perché, che cosa avviene in un uomo, per arrivare ad usarle violenza, ad uccidere la moglie, la sua compagna, la madre dei suoi figli, colei che un tempo ha amato, quando addirittura non uccide anche i figli! Non penso che sia una risposta/giustificazione ipotizzare, come purtroppo spesso accade, che forse era accecato dall’ira, dalla rabbia, dalla gelosia.

Per quanto banale, la risposta più semplice sembrerebbe essere anche la più efficace: da un lato c’è la forte insicurezza, la paura della perdita e dell’abbandono da parte di entrambi, dall’altro c’è l’impotenza, lo smarrimento, la sottomissione di una donna che, a volte, pensa addirittura che sia colpa sua, o che per amore dei figli non riesce a trovare il coraggio di ribellarsi, di parlarne, di sporgere denuncia, e se lo fa, o non produce gli effetti sperati, oppure è troppo tardi.

Non sottovalutare i primi segnali

Quando il compagno o marito dà i primi sintomi di violenza, di possesso, perché pensa che la donna che ha al suo fianco non possa e non debba vivere e respirare senza la sua costante presenza, controlla ogni passo che fa, ogni amica che frequenta, il cellulare che usa, ed inizia ad alzare le mani su di lei, questi sono segnali palesemente chiari che se non portano la donna all’immediata reazione la condurranno per certo a future forme di sottomissione alla violenza. Ai primi segnali la donna deve avere la forza di reagire ed agire immediatamente, informando subito parenti, amici e denunciando quanto accade alle forze dell’ordine.

Non ci si deve assuefare alla violenza

In un contesto familiare di continue violenze subentrano meccanismi di sottomissione per la sopravvivenza, che è difficile delineare o giudicare (se non si è esperti in materia) dal di fuori e che sono anche esempi deleteri per un corretto sviluppo psicofisico dei figli.

Una violenza così brutale, da sfociare in un crimine vero e proprio, fa pensare alle tante donne che hanno sognato l’amore e che si ritrovano a subire umiliazioni e dolori nella loro casa, luogo familiare dove dovrebbero invece sentirsi protette soprattutto da colui a cui hanno legato la loro vita, cui si sono affidate completamente, senza riserve, allontanandosi spesso da amici e parenti spinte da frasi che il loro uomo le rivolge sempre più spesso come “ora ci penso io a te, tu sei il mio unico amore, sei mia!”.

Possesso che si è sostituito all’amore che porta la donna a sentirsi sempre più incerta, smarrita, stordita, ferita, impotente, e a volte addirittura in colpa.

Non ci si può difendere da sole da un uomo violento, purtroppo spesso considerato impaurito, insicuro, debole. È necessario far acquisire la consapevolezza che l’unica via di uscita è quella di cercare di riconquistare la propria libertà, dignità, sicurezza, amor proprio, ritrovare la forza di lottare se si desidera avere un futuro, di andarsene, di denunciare quell’uomo sia esso marito, compagno, padre dei suoi figli. Non sottostare, non arrendersi mai, per il proprio bene e per quello dei figli.

L’importanza dei centri antiviolenza

Oggi esistono molti centri di supporto psicologico per le donne che hanno subito maltrattamenti, che hanno denunciato e che si sono salvate da un ben più terribile destino. Certo è importante che:

– vi siano sufficienti fondi per finanziare e sostenere i centri antiviolenza;
– le istituzioni agiscano più celermente e più concretamente per contrastare tanta violenza;
– vi sia un più efficace coordinamento delle strutture e dei servizi istituiti nell’ambito dei territori;
– i fondi vengano rapidamente messi a disposizione e distribuiti per far si che le regioni e gli enti locali siano messi nella condizione di essere operativi ed efficienti.

Ma non basta, è necessario agire prima ponendo in essere idonei ed articolati progetti di informazione, formazione e prevenzione.

L’importanza della prevenzione per una nuova cultura del rispetto

L’esplosione di tanta violenza fa comprendere che bisogna cominciare dalle scuole, inserendo progetti formativi per l’educazione al rispetto della differenza di genere, per comprendere i motivi che inducono una persona a diventare violenta, a far si che sia in grado di controllare i propri impulsi, a comprendere l’importanza della comunicazione, del dialogo, e tutto ciò che possa far prevenire e contrastare la violenza.

E indispensabile il coinvolgimento delle istituzioni, delle scuole, degli insegnanti e delle famiglie, dove l’esempio resta il più grande degli insegnamenti.

Un minore che è vissuto in un ambiente dove ha visto e vissuto la violenza, potenzialmente da grande userà a sua volta violenza, come purtroppo rivelano i risultati di studi e le statistiche.

Il ministero della Pubblica istruzione dovrebbe inoltre emanare opportune ed univoche linee guida, in modo tale che in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, si possa avviare, di concerto con le famiglie, un progetto di insegnamento innovativo e interattivo, che porti ad un reale e concreto processo culturale e mentale che ritengo sia l’unico idoneo a far modificare il retaggio culturale ancora frenante.

Responsabilità e consapevolezza del valore delle nostre azioni e, soprattutto, del valore irripetibile ed unico che è il dono della vita che abbiamo il dovere di tutelare, rispettare e far rispettare. Solo cosi, sono certa, si potrà contribuire a contrastare efficacemente questo fenomeno che diviene ogni giorno più grave e preoccupante.

Claudia Corinna Benedetti
Presidente dell’Osservatorio nazionale
permanente sulla sicurezza (Onps)


Chi vuole contribuire alla rubrica Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza può inviare un articolo al seguente indirizzo mail culturadelrispetto@tusciaweb.it, indicando i recapiti necessari per far contattare l’autore dalla redazione, che valuterà la pertinenza dei contributi stessi agli obiettivi del progetto e si riserva la facoltà di pubblicarli o meno, nonché di proporre all’autore eventuali modifiche formali per adeguarli agli standard del quotidiano.

 


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