Viterbo – “Sono una delle vittime della mafia viterbese”. Lo ha detto con la voce rotta dall’emozione e prossima al pianto la titolare dell’ex compro oro di via Genova durante il processo in cui è imputata di appropriazione indebita per avere trattenuto senza pagarli e senza restituirli un bracciale e un punto luce del valore di 4.400 euro lasciati in conto vendita da una cliente, che dopo avere insistito per diversi mesi l’ha denunciata.
Per la donna, che potrebbe costituirsi parte civile nell’eventualità di un maxiprocesso per mafia, è il secondo processo in pochi mesi. Entrambi scaturiti dalla denuncia di due clienti che hanno smarrito gioielli e denaro mentre lei era in piena crisi.
Costretta a chiudere la sua attività dopo una serie di attentati e gesti intimidatori messi a segno, secondo la Dda di Roma, dal sodalizio criminale di stampo mafioso sgominato con i tredici arresti dello scorso 25 gennaio, la donna è stata condannata lo scorso 4 aprile a un mese e 2500 euro di provvisionale per insolvenza fraudolenta in seguito a un’altra denuncia.
La donna, il 13 settembre 2017, nel pieno della “bufera”, avrebbe comprato dalla vittima, che si è costituita parte civile, vecchi gioielli di famiglia per un valore di 2600 euro, con l’impegno a pagarli tramite un bonifico che non è mai arrivato.
I fatti per cui è sotto processo davanti al giudice Autizi risalgono invece a tre anni fa. “Sono disponibile a trovare una soluzione bonaria”, ha detto ieri al giudice Giacomo Autizi la donna, una cinquantenne di Terni, spiegando come quello fosse per lei un periodo nero.
L’atto di conto vendita risale al 21 marzo 2016. “In quel periodo ero vittima di estorsione da parte di persone arrestate lo sorso 25 gennaio nel blitz contro la mafia viterbese, io sono una delle vittime”, ha detto in aula, ricordando l’operazione Erostrato.
“Avevo affidato quei gioielli a una mia collaboratrice. La cliente mi chiamava o passava in negozio praticamente tutti i giorni. Quando le ho fatto l’assegno da 4.400 euro datato 20 luglio 2016 ero sicura che la collaboratrice sarebbe passata a portarmi il denaro per la vendita dei preziosi. Invece non è successo. E io non sapevo come fare, ero in gravi difficoltà economiche, perché in quel periodo ero vittima di estorsione da parte della mafia viterbese”, ha sottolineato.
La denuncia per insolvenza fraudolenta, nell’autunno di due anni fa, è maturata proprio nei giorni caldi in cui Giuseppe Trovato, con Ismail Rebeshi al vertice del presunto sodalizio italo-albanese attivo nel capoluogo, titolare a sua volta di tre compro oro, avrebbe fatto di tutto, assieme ai complici, per scoraggiare la donna a proseguire nella sua attività in via Genova.
Era il 16 ottobre 2017, poco più di un mese dopo essersi impegnata a fare il bonifico da 2600 euro al cliente che l’ha denunciata, quando le hanno sfondato la vetrina, scrivendo “ridacci i soldi” e lasciando una scia di lumini funebri cimiteriali sull’ingresso.
Secondo l’accusa, nell’arco di due mesi, la titolare del negozio avrebbe subito “l’incendio di due auto e il danneggiamento della vetrina del negozio, davanti al quale sono stati lasciati anche dei lumini votivi come minaccia di morte e la scritta ‘dammi li sordi’.
La vittima – è scritto nell’ordinanza del gip capitolino Flavia Costantini – ha anche trovato due teste mozzate di animali con due proiettili conficcati in fronte. La saracinesca, inoltre, è stata cosparsa di benzina e data alle fiamme”. Tutte queste “minacce – si legge nelle carte d’inchiesta – hanno costretto la donna a chiudere il compro oro”.
Al termine dell’udienza, il processo per appropriazione indebita di ieri è stato rinviato al 5 dicembre.
Mafia viterbese, non è ancora chiusa l’inchiesta della Dda di Roma
Domani saranno passati quattro mesi esatti dal blitz scattato all’alba del 25 gennaio, sfociato nei tredici arrestati dell’operazione Erostrato.
Ancora in attesa che venga fissata l’udienza davanti alla cassazione Giuseppe Trovato, il 43enne d’origine casertana trapiantato a Viterbo da quindici anni) ritenuto dagli inquirenti, assieme a Isamil Rebeshi, il boss dell’organizzazione criminale italo-albanese sgominata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma nell’ambito dell’inchiesta dei pubblici ministeri Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci.
Trovato, insieme ad un pugno di altri indagati, ha fatto ricorso alla suprema corte dopo il rigetto da parte del riesame di un alleggerimento della misura di custodia cautelare. Ma per l’udienza, almeno per ora, c’è da aspettare.
Nel frattempo proseguono le indagini e ci vorrà temp ancora anche perché l’inchiesta possa dichiararsi chiusa.
Per i tredici arrestati si profila la richiesta di processo col giudizio immediato che, nel caso, data la gravità delle accuse, si celebrerà davanti alla corte d’assise.
Silvana Cortignani
Gli indagati
1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;
2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;
3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;
4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;
6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;
8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;
9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;
10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;
12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;
13. ERASMI Emanuele, 50enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati – Operazione Erostrato, gli arrestati – Scacco alla Mafia nel Viterbese – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso – Scacco alla Mafia nel Viterbese
Silvana Cortignani


