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“Questa diffidenza verso il mondo militare è tipico di certa sinistra un po’ d’antan…”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di Francesco Mattioli a Enrico Mezzetti – Cerchiamo di non fare torto all’intelligenza del cosiddetto “uomo della strada”, cioè della persona comune che, pur non possedendo nozioni specialistiche particolari, ha una cospicua riserva di buon senso e di raziocinio.

Nella seconda guerra mondiale,  per la prima volta nella storia, il numero delle vittime civili (30 milioni di persone, 56 %), fu superiore a quello delle vittime militari (24 milioni, 44%). I motivi sono da ricercare innanzitutto nell’introduzione dei bombardamenti aerei e solo in seconda istanza nell’estensione e nella profondità dei fronti.

Questo “scompenso” si è verificato anche in seguito, in altri conflitti regionali, e si è evidenziato vieppiù con l’allargarsi della conduzione terroristica dei combattimenti, in specie sul fronte mediorientale. Peraltro, non più soltanto la guerra aerea e il terrorismo, ma anche la guerriglia urbana deve annoverarsi tra le cause di questa escalation del numero delle vittime civili. Sta accadendo ad esempio in Libia.

Non deve quindi sorprendere che nel Rapporto ONU sulle vittime nella guerra afghana non solo aumenti il rapporto tra vittime civili e vittime militari, ma che anche la coalizione filogovernativa, forte della presenza di militari occidentali tra i quali anche quelli italiani, abbia iniziato a  fare più vittime tra i civili, addirittura con un numero di morti superiore a quello dei feriti.

L’uso, tecnicamente inevitabile, dei bombardamenti per stanare il nemico asserragliato occhiutamente nei centri urbani e gli stessi combattimenti “casa per casa” che costituiscono ormai il principale teatro bellico, non possono che causare questa tragica impennata di vittime civili.

C’è quindi poco da meravigliarsi, o di scandalizzarsi per questi dati. E, se si accetta l’idea della giustezza della presenza degli eserciti occidentali sui fronti mediorientali, essi vanno accettati come inevitabile danno collaterale del tipo di conflitto che si sta affrontando in quei luoghi.

L’Isis non è stata stanata tra i monti, ma nelle città, in Siria, in Afghanistan come in Libia.  Si può dire di più: per quanto chirurgico possa essere l’intervento militare, qualora il teatro della guerra siano i centri urbani questo tragico dato varrà sempre di più per qualsiasi teatro bellico.

Naturalmente si può non accettare la giustezza della presenza degli eserciti occidentali in Afghanistan, in Siria, in Iraq; si può argomentare che l’Occidente dovrebbe intervenire in altro modo per attenuare i conflitti tra le parti; che partecipare ad una guerra è comunque uno schiaffo al pacifismo e un regalo ai signori della guerra di ogni Paese;  che i soprusi perpetrati in  quei paesi contro le minoranze religiose, le donne, la libertà e in genere i diritti umani non valgono un intervento militare a suon di cannonate. 

Sono opzioni etiche, o meglio ideologiche, rispettabili e che ciascuno può liberamente esprimere, per le quali è giusto che ciascuno si impegni personalmente, e di cui ciascuno si faccia responsabile di fronte alla società e alla propria coscienza.
Ma nella misura in cui uno Stato decide democraticamente di partecipare al conflitto, ancorché con finalità umanitarie più o meno esplicite, deve ormai mettere in  conto che la guerra farà danni enormi anche nei confronti dei civili.   
E veniamo al tuo intervento. Ad un certo punto tu dici:

“Un report Onu rivela che le forze internazionali e pro-governative in Afghanistan hanno ucciso più civili dei Talebani. Non è solo una questione umanitaria (che ai politici con il cuore peloso non interessa) ma è anche una questione di nostra sicurezza. Queste stragi ci rendono più sicuri o oggetto di maggiore odio e quindi più esposti? Quanti arabi, quanti musulmani (compresi vecchi, donne, bambini, civili) noi occidente stiamo massacrando ogni giorno?

Chi è il terrorista? D’accordo sulla condanna del clochard marocchino, che per il ministro della paura costituisce un perfetto antagonista, ma siamo in grado di comprendere i pericoli a cui certa politica di odio, di razzismo alimentata in Italia, e certa politica internazionale di aggressione, di massacri indiscriminati sui civili ci espone?”

Quindi, accusi – seppur tra le righe –  i militari italiani di essere compartecipi di questi “danni collaterali”.

Poi, qualche passo più avanti,  dici:
“ll mito degli ‘italiani brava gente’!! Le feroci guerre coloniali e nei Balcani. Il 19 febbraio, ogni anno, si celebra ‘il giorno della memoria’. Dove?… In Etiopia. E che cosa hanno da ricordare gli etiopi? Il 19, 20 e 21 febbraio 1937 furono massacrati più di 30.000 cittadini etiopi quasi tutti civili, anziani, donne, bambini e mendicanti”. 

Il rischio allora è quello di minimizzare l’enorme cesura e la evidente discontinuità che c’è tra la presenza militare italiana in Medio Oriente – per certi versi ispirata proprio agli ideali di uno stato democratico e civile – e il terrorismo bellico perpetrato dall’esercito di Graziani in Etiopia, ispirato da un colonialismo razzista.

Non venirmi a dire che non c’era continuità argomentativa tra i due passi; perché quei “massacri indiscriminati” di cui si parla a proposito dell’Afghanistan sembrano proprio voler fare da specchio retorico ai “massacri di cittadini etiopi” di cui si parla a proposito della Guerra di Etiopia.  E una forzatura retorica del genere, soprattutto nella celebrazione di una Festa di Tutti, a molti è apparsa comprensibilmente intollerabile. Perché il vis a vis tra i due passi appare evidente anche ai più sprovveduti.

Questo atteggiamento di sottaciuta e pregiudiziale diffidenza verso il mondo militare è tipico di certa sinistra un po’ d’antan, che tuttavia in talune circostanze riemerge in tutto il suo estremismo, quasi fossimo ancora ai tempi di Bava Beccaris o di Graziani piuttosto che di Salvo d’Acquisto, del generale Gandin o di Nasiriya.

Anche questo diventa un gentile regalo alle forze più conservatrici e nazionaliste del Paese, che possono così intestarsi la difesa d’ufficio del mondo militare.  Un mondo che, piaccia o no ai pacifisti ad oltranza – o a senso unico –  su questa Terra appare ancora disgraziatamente indispensabile. Anche a casa nostra.

Francesco Mattioli


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