Viterbo – Per noi del liceo classico un compito in classe di matematica era un incubo. Avremmo preferito un’ostica versione di Tacito o di Aristotele a quelle equazioni complicate che ci proiettavano al di fuori della comfort zone della cultura umanistica.
Il risultato finale era una mezza strage; nel migliore dei casi un sei risicato, spesso accompagnato da qualche meno, ma la maggior parte di coloro che pure erano abituati a voti alti nelle materie classiche entravano in crisi rivelando insicurezze profonde.
Insomma, per generalizzare potremmo dire che, di fronte ad uno scenario non consueto, non ripetitivo, che eccede dalle nostre aspettative e dalle nostre abitudini, noi entriamo in crisi, perdiamo i punti di riferimento, tutto ci sembra strano e minaccioso. Ma è cosa normale; verrebbe da dire, ispirandosi ad una famosa battuta cinematografica: “E’ il cambiamento, bellezza!”
Il cambiamento non si blocca; si può frenare, re-indirizzare, limitare, oscillando tra il conservatorismo e il misoneismo da un lato, e il riformismo dall’altro, ma non ci si ferma, e tanto meno si torna indietro. Non è che il cambiamento sia, o appaia, necessariamente bello e salutare, ma è. Perché le variabili storiche, sociali, antropologiche, ideologiche, culturali, tecnologiche, ambientali si muovono su tempi lunghi, quasi fisiologici che sono difficili da controllare. Nessuno può pensare che le invasioni barbariche, il colonialismo, il nazifascismo, fossero cose buone e giuste, ma sono accadute; e sono stati necessari interventi lunghi e impegnativi per superare questi “cambiamenti”.
In altri casi, il cristianesimo, il rinascimento, il risorgimento, l’avvento della democrazia sono apparsi da subito come una crescita di civiltà, di libertà e di dignità umana. Ma anch’essi hanno rivelato aspetti oscuri che prima o poi sono venuti a galla, grazie ad una sapiente opera di revisionismo storico, a dimostrazione che l’essere umano cresce sì, ma attraverso vulneranti prove ed errori.
Oggi siamo di fronte ad un’epoca di forte cambiamento, non solo tecnologico, ma direi soprattutto culturale e quindi politico. C’è poco da scomodare il solito Bauman, per ripetere che viviamo nella società liquida e al tempo delle incertezze. Lo vediamo sotto i nostri occhi.
Prendiamo l’affare “25 Aprile”, la “Festa della Liberazione”. Festeggiamo un evento accaduto 75 anni fa; i testimoni della prima ora sono novantenni e i motivi d’allora sono differenti da quelli di oggi. Chi si ostina a pensare che tra ieri e oggi nulla è cambiato, che la tigre del fascismo sia dietro l’angolo e che bisogna vigilare, magari armi in pugno, come minimo pecca di riduzionismo storico. Certo che il pericolo del fascismo è dietro l‘angolo. Ma non sono quattro pseudotifosi che agitano uno striscione a piazzale Loreto a certificarlo e neppure qualche provvedimento legislativo definito “illiberale”; bensì – e paradossalmente – lo è la debolezza argomentativa di uno stanco e dogmatico “politicamente corretto” ostinatamente recitato nei salotti buoni dell’ideologia veteromarxista.
Verrebbe da chiedersi a chi si rivolgeva il locale presidente dell’Anpi, Enrico Mezzetti, quando metteva in guardia dal rigurgito illiberale dei leghisti. Forse a tutti coloro che ancora si intestano la Resistenza, quasi l’avessero combattuta solo loro? Forse a quelli che ancora distinguono tra Marzabotto e Basovizza? Forse a quelli che, considerando il comportamento civile come una forma di conformismo borghese, hanno lasciato degradare la pubblica convivenza?
Al di là di certi fragorosi “j’accuse”, come si spiega che d’improvviso più di un italiano su tre vota Salvini e solo uno su sei si fida ancora della sinistra; che buona parte della “classe operaia” vota a destra; che le giovani generazioni chiedono meno proclami e più lavoro; che la gente è stufa di certi distinguo ideologici che servono soltanto a garantire la sopravvivenza politica di taluni personaggi della politica? Questo significa qualunquismo? Può darsi. Così si genera il populismo? Può darsi. Così si rischia un attacco alla libertà e alla democrazia? Può darsi. Ma a chi vanno imputati certi fenomeni? Ad un demone? Ai marziani? Al destino cinico e baro? Ai “cattivi”, come nei film? O si raccoglie ciò che si semina?
Certo è che se si impongono taluni dogmi e si è pronti ad indignarsi a comando piuttosto che a riflettere, la gente prima o poi reclama una sua autonomia di giudizio; se la libertà per certuni diventa impunita licenza, la gente si difende; se la democrazia di fatto si trasforma in un ping pong senza risposte, la gente guarda al decisionismo di pochi. Il tutto in un’epoca diversa, totalmente diversa da quella di 75 anni fa, che va letta, interpretata, valutata prima che giudicata. Altrimenti si rischia di confondere una manifestazione di disagio per folclore (ma Gramsci sosteneva che il folclore è esso stesso una risposta al bisogno) e di restare a ciangottare a Roma, mentre Sagunto cade.
Francesco Mattioli
