Viterbo – Tordi e cacciatori. Tutto è cominciato da una conversazione sospetta su una certa divisione di tordi e inviti a cena tra cacciatori intercettata dagli investigatori la sera prima degli arresti del 23 ottobre 2012. Una conversazione tra due imprenditori, uno dei quali finito in manette la mattina successiva e poi di nuovo dopo un mese.
E’ “Genio e sregolatezza” che non finisce di stupire. Si è concluso ieri il più singolare dei processi scaturiti dalla maxinchiesta anticorruzione della procura, a distanza di sei anni e mezzo dai 12 arresti del blitz del 23 ottobre 2012, in cui furono arrestati dai carabinieri forestali imprenditori e pubblici amministratori coinvolti in un presunto giro di appalti truccati con la complicità di due funzionari del genio civile in cambio di mazzette.
Sul banco degli imputati un imprenditore viterbese non coinvolto nell’inchiesta, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento perché, la vigilia del blitz, la sera del 22 ottobre 2012, avrebbe avvisato uno dei colleghi arrestati poche ore dopo, all’alba del giorno successivo, di quello che stava per accadere, col rischio che venissero inquinate le prove.
Avrebbero parlato di tordi e cene di caccia. Dopo di che l’imprenditore “avvisato” avrebbe chiamato la sorella per dirle di leggere una lettera lasciata sulla tastiera di una dipendente della società, vista la quale la donna, disperata e singhiozzante secondo l’accusa,lo avrebbe richiamato, ricevendo istruzioni di far cancellare immediatamente l’hard disk dei computer.
Secondo la donna, sentita ieri, il fratello le avrebbe chiesto solo di portarli dal tecnico informatico perché fossero in ordine, avendo saputo genericamente che ci sarebbero stati dei controlli. Secondo il pm Stefano D’Arma avrebbe cercato di farli formattare, chiedendo la cancellazione dei dati,sentendosi rispondere che sarebbe stato inutile “tanto rimane traccia”.
Per l’accusa, l’obiettivo era far sparire le tracce compromettenti dalla posta elettronica. “Sapevano dell’imminente arresto e delle conseguenze per la società. Potrebbero anche avere fatto sparire dei computer. Noi ne abbiamo sequestrati tre, due fissi e un portatile, ma non sappiamo se dei dati siano stati cancellati o se siano stati fatti sparire dei computer”, ha detto il pm.
Il pubblico ministero Stefano D’Arma, sottolineando di non poterlo escludere e che comunque gli indagati sono stati messi in condizione di fare qualcosa, ha chiesto una condanna a un anno e due mesi di reclusione.
Riguardo alla rivelazione di segreti d’ufficio, in particolare, ovvero alla soffiata sul maxiblitz che sarebbe scattato da lì a poche ore, il pm ha sottolineato come la notizia secondo lui dovesse essere per forza uscita da “un pubblico ufficiale rimasto ignoto”.
Il collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone ha assolto l’imputato, difeso dall’avvocato Roberto Merlani, con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste.
Silvana Cortignani
