Montefiascone – Riceviamo e pubblichiamo – “Sono uscito da un incubo durato quasi un anno e mezzo, solo perché in Nigeria c’è la moda di rasarsi un sopracciglio”.
Queste sono le parole del giovane nigeriano, accompagnate da un enorme sorriso, quando gli viene tradotto il dispositivo con cui la giudice Silvia Mattei lo assolve completamente dall’essere stato lui a commettere la rapina alla cartolibreria di Montefiascone il 6 luglio del 2017.
Parla per lui Marco Delle Monache, pastore della Chiesa Cristiana Evangelica della Vera Vite di Montefiascone, comunità che ha assistito il giovane durante tutte le udienze del processo: “Noi abbiamo da sempre creduto nella sua innocenza; e, in fondo, la prova principe dell’accusa era la mancanza dalla nascita di una parte di sopracciglio con cui la vittima lo aveva riconosciuto, che invece è solo una moda di moltissimi nigeriani, quando al contrario i tabulati del cellulare immediatamente sequestrato al giovane dai carabinieri durante l’arresto dimostravano che, a quell’ora, lui si trovava a Viterbo.
Un ragazzo semplice, ma buono e volenteroso, che fa parte della nostra comunità, dove si è anche battezzato; in chiesa si occupa di mettere in ordine la sala per la domenica, e non ha mai avuto problemi economici, almeno fino a quando non è stato arrestato e poi rilasciato con obbligo di dimora. Se ne avesse avuti, ce ne avrebbe di certo informato e la chiesa avrebbe provveduto”.
Il giovane era da oltre cinque mesi senza un tetto dove vivere, avendo ricevuto da parte della Prefettura la lettera nella quale gli chiedevano di abbandonare il centro di accoglienza di via Nazionale: “Questo è stato un momento molto difficile per lui – prosegue il pastore – non si poteva allontanare da Montefiascone per fare i lavori agricoli con cui normalmente si sostentava per mangiare, non aveva più un tetto sotto cui dormire, ma aveva l’obbligo di dimora.
La nostra comunità è stata al suo fianco, non soltanto accompagnandolo passo passo durante ogni udienza, ma anche sostentandolo economicamente ed offrendogli dimora gratis in una casa di proprietà di una delle nostre diaconesse.
Vorrei pubblicamente ringraziare – conclude il pastore – anche da parte del giovane, coloro che hanno atteso il verdetto prima di condannare senza conoscere. Spiace che, nella nostra città, alcune pagine “social” abbiano fatto l’esatto contrario, forse solo per il colore della sua pelle, condannando anche quelli che, come nostra chiesa, se ne stavano occupando.
Li incoraggio a prendere esempio dalla giudice Silvia Mattei, la quale, dinanzi alla “prova principale” dell’accusa (ovvero la mancanza del sopracciglio) ha, semplicemente, chiamato il ragazzo, passandogli un dito sul sopracciglio per constatare che quella prova non era vera, volendo toccare e capire, prima di condannare”.
Chiesa Cristiana Evangelica della Vera Vite
– Rapinatore tradito dal sopracciglio rasato, ma “era una moda” e viene assolto
