Ronciglione – “I familiari hanno fatto corpo a difesa del parente omicida”. I giudici del tribunale del Riesame di Roma lo scrivono nell’ordinanza con cui hanno accolto il ricorso della procura di Viterbo che chiedeva l’arresto in carcere di Andrea Landolfi Cudia per l’omicidio volontario della fidanzata Maria Sestina Arcuri. Per i magistrati di piazzale Clodio, a differenza del gip di Viterbo, il 30enne va arrestato.
“I parenti dell’indagato – scrive il collegio presieduto da Bruno Azzolini -, con particolare riferimento alla nonna e alla madre, conoscevano da anni la situazione patologica della sua psiche, ma si sono sempre preoccupati maggiormente di tutelarlo per consentirgli una vita sociale ‘normale’ ed evitargli conseguenze dannose, più che prendere atto seriamente della pericolosità del giovane e imporgli con ogni mezzo possibile di curarsi”.
Per il Riesame, “l’indagato ha problemi con l’alcol e una personalità instabile e oggetto di plurimi accertamenti da parte del dipartimento di salute mentale della Asl di Roma. Il 23 giugno 2008 – riepilogano i giudici – è stata la nonna, sempre presente in tutte le circostanze per aiutare e difendere a ogni costo il nipote, che ha chiesto ai sanitari di occuparsi di Andrea il quale, sottoposto a visita, ha riferito di essere molto nervoso, di rompere gli oggetti e di essere violento con le persone. In particolare, ha riferito di aver avuto un ‘gesto di violenza’ con la ragazza dell’epoca che aveva tirato per i capelli durante un litigio che aveva come causa scatenante l’aborto spontaneo della giovane. Lo stesso sanitario dà atto delle ripetute visite della nonna, che riferiva in ordine alla difficoltà della situazione di Andrea che ‘è a volte violento’. Nella cartella clinica, in alcune occasioni, si definisce lo stato di Landolfi come ‘ubriaco e strafatto’. La madre di Andrea, si legge ancora nel documento, si è recata alla Asl per riferire della minaccia da parte di Andrea al nonno con un coltello”.
Agli atti c’è anche un’altra cartella clinica, datata luglio 2013. “Landolfi è tornato dopo molti anni al dipartimento di salute mentale: si presenta ‘con la nonna, ancora una volta – sottolineano i giudici -, in seguito all’assunzione di alcol’. È significativo – evidenzia il collegio – che nel documento si dica che il ragazzo è ‘scortato dalla signora’”. E poi il 14 settembre 2015, quando “la nonna lamenta la stanchezza nell’occuparsi del nipote segnalando la sua violenza. Il giorno successivo si è presentata da sola dai sanitari e ha riferito che Andrea non è riuscito ad arrivare perché ‘ieri sera ha bevuto tantissimo’”.
Per il Riesame, la nonna, Mirella Iezzi, 80 anni, è “pronta ad aiutare il nipote proteggendolo a dispetto di qualsiasi evidenza, disposta a mentire a chiunque per questo”. Secondo i magistrati di piazzale Clodio, su quanto avvenuto la sera e la notte tra il 3 e il 4 febbraio, la nonna ha “mentito sull’orario di rientro a casa della coppia Landolfi/Arcuri. Ha mentito sulle ragioni che l’hanno spinta ad abbandonare la propria casa e sull’orario nel quale è uscita. Ha mentito sulla reale causa delle lesioni al costato (frattura di tre costole) che, come riferito dalla figlia Roberta, madre dell’indagato, e come risulta dalle intercettazioni ambientali, le sono state procurate da un pugno alle costole sferratole dal nipote. Ha certamente mentito allorché ha dichiarato che la vittima si era procurata le lesioni cadendo dalle scale insieme al nipote e ha certamente mentito anche sul clima sereno esistente tra il nipote e Arcuri, arrivando perfino a riferire, in maniera assolutamente inverosimile, per accreditare la propria versione falsa, di aver sentito Landolfi avvertire: Attenta Maria Sestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere”.
Ma signora Mirella, per i giudici, ha paura. Il nipote è indagato non solo per omicidio volontario aggravato e omissione di soccorso nei confronti di Maria Sestina, ma anche per lesioni aggravate proprio sulla nonna, alla quale, quella notte, ha sferrato un pugno fratturandole tre costole. “Dopo la morte di Maria Sestina – rivela il Riesame – Iezzi e la madre di Landolfi, Roberta, hanno manifestato apertamente il timore di una reazione violenta del giovane nei loro confronti, evitando di convivere con lui”. Da alcune conversazioni, intercettate dagli investigatori, in particolare, “emerge chiaramente che perfino la nonna e la madre dell’indagato dichiarano di aver paura dell’indagato che potrebbe, l’espressione è della prima, ‘buttarla di sotto'”. “Tali sentimenti di timore dei parenti dell’indagato – per i giudici – sono la più evidente delle dimostrazioni della pericolosità di Landolfi”.
Infine: “I problemi che Landolfi ha con l’alcol, al cui abuso reagisce divenendo aggressivo e violento, erano a tutti ben noti – sostiene il Riesame -. La nonna dell’indagato è da sempre pronta a difendere e aiutare il nipote, pur nutrendo timori per i suoi comportamenti aggressivi e a volte incontrollabili. Ma tale atteggiamento del gruppo familiare, comprensibile umanamente, fornisce all’indagato un supporto incondizionato e rafforza nello stesso il sentimento di impunità e forse non è stato d’aiuto a Landolfi, il quale ha continuato a vivere sopra le righe mettendo in pericolo le persone che venivano a contatto con lui ed è stato uno degli antecedenti necessari per la tragica conclusione della vicenda”.
Raffaele Strocchia
Multimedia: Fotocronaca: Giallo di Ronciglione, terzo sopralluogo dei Ris – Il sopralluogo dei Ris – I Ris di nuovo nella casa della tragedia – I Ris nella casa della tragedia – Video1 – Video2 – Video: Terzo sopralluogo dei Ris
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


