Viterbo – Giuseppe Fioroni ne è sicuro: “Il caso Moro è la fonte di tutti i mali della politica di oggi”. L’ex parlamentare del Pd è intervenuto al festival Caffeina durante la presentazione del libro dello storico Miguel Gotor “Io ci sarò ancora, il delitto Moro e la crisi della Repubblica”.
Fioroni è anche il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro. “La vicenda Moro – dice – è stata un gran depistaggio, e con la commissione abbiamo contribuito a ristrutturarla. Per anni è stata offuscata, nascosta e resa complessa dalla spasmodica ricerca del massimo scoop che desse una svolta al caso. Ci si è costruito su un giallo e della fantapolitica, fino al raggiungimento della convinzione che non se ne sarebbe mai venuti a capo e quindi bisognava lasciarla stare”.
Fioroni durante il suo intervento mette in discussione il memoriale degli ex brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda sull’agguato di via Fani del 16 marzo del ’78, che per anni è stata la verità ufficiale. “È stato il frutto – sostiene Fioroni – di una trattativa Stato-Br, in cui è stato scritto ciò che ha fatto comodo a pochi ma che alla fine è servito a molti”.
Per il presidente della commissione Moro, “il corso della storia poteva essere cambiato. Non era difficile – conclude – ipotizzare che nel mirino delle Brigate Rosse c’era Moro, perché era l’architrave della democrazia. Andava difeso, ma c’è stata una sottovalutazione. Bastava dargli, ad esempio, un’auto blindata”.
L’incontro è stato moderato da Giacomo Barelli e ha visto la partecipazione del magistrato Gian Carlo Caselli, che nella sua carriera si è occupato del terrorismo delle Br e ha scritto la prefazione al libro di Miguel Gotor. Nel suo intervento ha ricordato il processo di Torino alle Brigate Rosse. “Iniziò nel ’78 – racconta -, ma era già stato rinviato due volte. Nel 1976, dopo l’assassinio del procuratore generale di Genova Francesco Coco, e nel ’77, dopo l’assassinio del presidente degli avvocati torinesi Fulvio Croce che si era impegnato per la difesa d’ufficio. Per le Br, la rivoluzione non si processava e la lotta armata non si condannava. E queste non erano solo parole ma convinzioni profonde, e scatenarono la guerriglia. Durante il processo ci sono stati attentati, gambizzazioni e omicidi, con l’aula di Torino che è stata usata come cassa di risonanza. Ci sono state difficoltà nella composizione della giuria popolare e i brigatisti non volevano essere difesi, nemmeno da avvocati d’ufficio. Durante il processo è stato anche rivendicato il sequestro di Moro e l’assassinio della scorta. Con la sentenza, è prevalsa la democrazia ed cominciato il declino politico delle Br”.
Per Caselli, il “secondo fallimento politico delle Br è stato il sequestro di Moro. Perché – spiega – a quel punto volevano un riconoscimento politico che non hanno mai avuto e volevano la guerriglia armata ma nessuno dei loro oppositori ha mosso un dito. Non si realizzò nulla delle loro intenzioni e incominciò la crisi. Ovunque venivano fatte assemblee sulla realtà del terrorismo e si arrivò alla convinzione che non era solo un nemico delle vittime e delle loro famiglie ma di tutti, perché il terrorismo metteva a rischio la convivenza civile. Così è iniziato l’isolamento politico dei terroristi”.
Infine, Miguel Gotor ha parlato del suo libro. “È una raccolta di 22 miei articoli di giornale pubblicati tra il 2008 e il 2009 e nel 2018. Dall’agguato di via Fani in poi, senza però trattare della morte di Moro. Se le Br avessero voluto uccidere Moro, l’avrebbero fatto subito. Ma lo rapiscono, e il sequestro del ‘sovrano’ è cosa molto rara nella storia occidentale. Moro deteneva un grandissimo potere: dagli anni ’60 era stato più volte presidente del consiglio, poi ministro degli Esteri e infine sarebbe diventato anche presidente della Repubblica. Il rapimento è avvenuto affinché le Br potessero destabilizzare il quadro politico e istituzionale dell’Italia”.




