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Minacce al patrigno che gli spara una fucilata, figliastro incapace di intendere e volere

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L'avvocato Vincenzo Dionisi

L’avvocato Vincenzo Dionisi

Viterbo - Il presidente dell'ordine dei medici Antonio Maria Lanzetti

Il dottor Antonio Maria Lanzetti

Acquapendente – Potrebbe non essere processabile perché incapace di intendere e di volere, oltre che socialmente pericoloso. Non sarebbe imputabile il giovane colpito alle gambe da una rosa di pallini dal compagno della madre. L’uomo avrebbe sparato per legittima difesa.

E’ il 25enne che il 6 luglio 2017, ad Acquapendente, è stato colpito alle gambe con una fucilata sparata dalla finestra dal patrigno, un 59enne, arrestato dai carabinieri e finito ai domiciliari con l’accusa di lesioni personali aggravate. Il figliastro, invece, in seguito a quell’episodio, è finito sotto processo per minacce aggravate. 

Ieri avrebbe dovuto celebrarsi la prima udienza davanti al giudice Gaetano Mautone, già pronto ad affrontare la questione della eventuale richiesta di non imputabilità del 25enne a seguito della consulenza psichiatrica del dottor Antonio Maria Lanzetti.

Ma l’avvocato Vincenzo Dionisi, pronto a costituirsi parte civile per il patrigno, ha chiesto di unificare i due procedimenti, essendo scaturiti entrambi dallo stesso contesto familiare, in cui il giovane, assistito dallo studio dell’avvocato Amedeo Centrone, avrebbe minacciato ripetutamente, prima e dopo la fucilata, sia la madre che il compagno. 

Il giorno della fucilata, il patrigno, secondo il legale, si sarebbe soltanto difeso, sparando alle gambe del figliastro per scongiurare il peggio dal momento che il giovane avrebbe minacciato con un coltello e un bastone sia lui che la compagna, madre del ragazzo, accanendosi contro la vettura dei familiari parcheggiata fuori casa, mentre la coppia era costretta a barricarsi all’interno dell’abitazione. 

Il giovane, dopo il violento episodio, culminato nella fucilata, avrebbe continuato a minacciare sia l’uomo che la moglie, nel periodo che va da luglio a settembre 2017. E’ finito così a processo: “Perché – si legge nel decreto di citazione diretta a giudizio – brandendo dapprima un coltello e poi un bastone, con il quale aveva già danneggiato la vettura del patrigno, e in altre circostanze, per mezzo del telefono e dei social network, proferiva minacce di morte nei confronti dello stesso patrigno e della compagna e madre dell’indagato”. 

“Ho sparato per difendermi”, disse il patrigno al gip durante l’interrogatorio di convalida. L’agricoltore sarebbe così andato in camera. Avrebbe estratto dall’armadio un fucile da caccia calibro 12 e da una finestra avrebbe esploso un colpo, ferendo il 22enne alle gambe. 

“Era l’unica cosa che potevo fare – ha detto l’arrestato al gip, difendendosi in aula -. Dovevo fermarlo, sennò chissà come sarebbe andata a finire. Non volevo ucciderlo, altrimenti non avrei sparato in basso. Volevo soltanto difendermi”.

Ricoverato a Belolle con una prognosi di trenta giorni, il 25enne aveva riportato “ferite multiple e circolari da fucile a pallini, sulla coscia destra e sinistra e una ferita circolare sul fianco destro”.

La prima udienza del processo al 58enne è stata fissata davanti al giudice Silvia Mattei il 15 novembre, dopo quasi due anni e mezzo dalla drammatica lite in famiglia che ha rischiato di sfociare in tragedia in un casolare di campagna di Acquapendente. Il giudice Mautone ha rinviato il processo al figliastro al 13 dicembre per decidere il da farsi. 

 

“Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere la legittima difesa. Se il mio assistito non avesse fermato la furia del figlio della compagna con una fucilata, chissà come sarebbe andata a finire per tutti. Non voleva ucciderlo, come si capisce dalla traiettoria. Ha mirato in basso”, ribadisce il difensore Vincenzo Dionisi.

Silvana Cortignani

 


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